Per anni il diabete di tipo 2 è stato descritto come una malattia che può solo peggiorare. Gli studi degli ultimi dieci anni dicono che non è sempre così: in una parte dei pazienti, una forte perdita di peso può riportare la glicemia nella norma senza farmaci. È quella che i medici chiamano remissione. Su questo sito ne abbiamo scritto dal 2017, intervistando i medici che la applicano; qui raccogliamo cosa sappiamo oggi.
Remissione non vuol dire guarigione
Nel 2021 le principali società scientifiche di diabetologia, americane ed europee, hanno concordato una definizione: si parla di remissione quando l’emoglobina glicata (HbA1c) resta sotto il 6,5% per almeno tre mesi dopo la sospensione di tutti i farmaci per il diabete (Riddle e colleghi, Diabetes Care, 2021). Il documento sceglie apposta la parola remissione e non guarigione: la malattia può tornare, soprattutto se si riprende peso, e chi è in remissione deve continuare i controlli.
Lo studio DiRECT
La prova più citata viene dal Regno Unito. Nello studio DiRECT, persone con diabete di tipo 2 da meno di sei anni hanno seguito per circa tre mesi una dieta di pasti sostitutivi da circa 830 calorie al giorno, seguita dal ritorno graduale al cibo normale e da un programma per mantenere il peso. Dopo un anno era in remissione il 46% dei partecipanti, dopo due anni il 36%. Il follow-up a cinque anni, pubblicato nel 2024, ha trovato in remissione il 13% di chi aveva dati disponibili, e il 26% di chi era in remissione alla fine del secondo anno (Università di Glasgow, The Lancet Diabetes & Endocrinology, 2024).
Una precisazione, perché è un equivoco frequente, anche in alcuni articoli che abbiamo pubblicato in passato: DiRECT non usava una dieta chetogenica, ma una dieta fortemente ipocalorica. Il fattore decisivo era la quantità di peso perso e mantenuto, non la chetosi.
Conta anche il tempo. Come ci spiegava nel 2018 la diabetologa Simona Ferrero: «Minore è la durata della malattia, più probabile è la remissione».
E la dieta chetogenica?
In Italia, per le persone con obesità e diabete di tipo 2, si usa spesso la VLCKD, una dieta chetogenica a bassissimo apporto calorico, di solito con pasti sostitutivi, seguita da una reintroduzione graduale dei carboidrati. La Società italiana di endocrinologia, nel suo documento di consenso del 2019, la considera uno strumento per ottenere una rapida perdita di peso nelle persone con obesità e malattie metaboliche, da usare per periodi limitati e sotto controllo medico, e osserva che spesso viene impiegata senza indicazioni chiare basate sulle prove (Società italiana di endocrinologia, Journal of Endocrinological Investigation, 2019).
Il meccanismo che porta alla remissione è lo stesso di DiRECT: la perdita di peso, e in particolare del grasso accumulato nel fegato e nel pancreas. La chetogenica può renderla più rapida e, per alcune persone, più sopportabile perché riduce la fame. Mancano però studi controllati di lunga durata che dimostrino una remissione più duratura rispetto ad altre diete ipocaloriche. Della VLCKD nel diabete abbiamo parlato anche con Simona Ferrero nel 2023.
Perché non si fa da soli
Una dieta molto ipocalorica o chetogenica cambia rapidamente la glicemia, e i farmaci vanno adattati dal medico fin dal primo giorno. Chi usa insulina o sulfaniluree rischia ipoglicemie; con i farmaci della classe delle gliflozine (inibitori di SGLT2) una dieta povera di carboidrati aumenta il rischio di chetoacidosi, una complicanza seria che può presentarsi anche con la glicemia normale. Servono inoltre controlli della funzione renale: ne abbiamo parlato in Nefropatia e dieta chetogenica.
La dieta non è l’unica strada. Anche i farmaci che agiscono sul GLP-1 producono perdite di peso importanti, con benefici sul controllo della glicemia: li abbiamo messi a confronto in Ozempic, Wegovy e Mounjaro: le differenze tra semaglutide e tirzepatide.
Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere del medico. Non sospendere né modificare una terapia per il diabete senza averne parlato con il diabetologo.