Distanziamento fisico dagli altri, uso delle mascherine e lavaggio costante delle mani sono solo tre delle precauzioni da tenere contro il Covid-19. Si parla poco e male di una questione di primaria importanza: l’alimentazione. A metà del 1800 il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach sosteneva riprendendo una massima di Ippocrate “Noi siamo quello che mangiamo”, ed aveva ragione. La salute si costruisce a tavola e  gli effetti del cibo che ingeriamo sulla qualità e sulla durata della nostra vita sono ormai più che evidenti. La modernità ci ha insegnato che come la carestia anche l’abbondanza può essere pericolosa. Negli anni abbiamo assistito  allo sviluppo di malattie come l’obesità, il diabete, l’ipertensione, i problemi cardiaci e numerosi tumori.

Ma cosa c’entra questo con il Covid?

C’entra e non poco. L’ analisi dei dati epidemiologici ha dimostrato che le persone in sovrappeso hanno il 46% di possibilità in più di contrarre Covid-19

Inoltre l’accumulo di grasso viscerale (quello insinuato tra i visceri, quello della “pancetta” e non quello sottocutaneo) risulta essere da recentissimi studi un fattore più determinante dell’età e delle precedenti patologie respiratorie per la gravità della malattia da Covid”, ricorda Giovanni Spera, Presidente Eletto Sisdca (Società italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare). 

Infatti il sovrappeso e più ancora l’obesità, in questi casi, determinano uno stato di infiammazione cronica. Ciò espone i pazienti a maggior rischio dello scatenarsi della tanto temuta “tempesta citochinica”. 

Nel corso del Welfair di Roma a riferire il risultato degli studi sull’impatto del tessuto adiposo viscerale rispetto alla prognosi del Covid è stato Lucio Gnessi, Ordinario dell’Università Sapienza di Roma, che ha illustrato una meta-analisi tra tutte le principali pubblicazioni sul tema. Se in caso di obesità e sovrappeso la possibilità di diventare positivi al Covid è superiore del 46% rispetto ai normopeso, il rischio di ricovero in terapia intensiva è superiore del 74% e quello di ricorso alla ventilazione meccanica invasiva è superiore del 66%. Il rischio di mortalità in caso di positività a Covid, infine, è maggiore del 48% rispetto ai normopeso. Anche il grado di obesità influisce. Rispetto al rischio di ospedalizzazione, per esempio, si parla di 12-13 pazienti normopeso su 10.000, 19 se sovrappeso, 42-43 se obesi gravi. Questo meccanismo è noto anche per le normali sindromi influenzali. I pazienti obesi hanno un maggior rischio di infettarsi anche se vaccinati. Eleonora Poggiogalle, specialista in Scienza dell’alimentazione e ricercatrice della Sapienza, ha poi aggiunto e confermato che in caso di carenza di vitamina D il rischio di risultare positivi al Covid è maggiore del 77%.

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Giovanni Spera ribadisce che dagli studi effettuati su alimentazione e Covid emerge con nettezza che un corretto stato nutrizionale sia fondamentale non solo per la prevenzione, dunque per mantenere un buono stato di salute, ma anche nel corso della malattia, come concreto supporto ai trattamenti di cura. Questo vale anche nel caso di pazienti ricoverati per Covid in terapia intensiva. Queste evidenze vanno ribadite e ricordate oggi più che mai, oggi nella Giornata Mondiale dell’Alimentazione che quest’anno commemora il 75esimo anniversario della fondazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura.

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