La sindrome metabolica è un insieme di fattori di rischio legati a condizioni che aumentano la possibilità di sviluppare patologie cerebro e cardiovascolari e diabete.

La definizione di Sindrome Metabolica è relativamente abbastanza recente, è stata infatti coniata 15 anni fa grazie allo studio di un gruppo di cardiologi americani pubblicato poi sul Journal of the American Medical Association (JAMA. 2002 Jan 16;287,3:356-9 Ford E.F. et al.].)

L’articolo era di fatto la conclusione di un lungo iter di ricerche cliniche ed epidemiologiche aventi come obiettivo quello di valutare quanto ed in che modo le alterazioni di livelli circolanti del colesterolo LDL (quello più aggressivo in funzione arteriosclerosi) piuttosto che del colesterolo HDL (cosiddetto colesterolo buono, lo “spazzino dell’altro) e dei trigliceridi, potessero essere considerati fattori di rischio per lo sviluppo di malattie cardiovascolari.

Le conclusioni furono che in realtà il meccanismo d’innesco delle malattie cardio vascolari è molto vasto ed articolato e che il rischio non dipende solo dai livelli delle componenti lipidiche circolanti su base sia alimentare che genetica.

Un ruolo importante lo gioca anche lo stile di vita in senso lato con particolare riferimento alla riduzione dell’attività fisica e all’eccessiva assunzione di cibo col conseguente accumulo di tessuto adiposo, specialmente a livello addominale.

Altro fattore molto importante, tanto da essere considerato determinante, è la cosiddetta “resistenza insulinica”, ovvero la difficoltà da parte dell’organismo, non percepibile soggettivamente almeno inizialmente, di metabolizzare correttamente il glucosio. In pratica quando per i motivi più diversi, ma in genere per un po’ tutti quelli citati finora, si realizza tale condizione, l’insulina secreta dalle “insule” pancreatiche, che dovrebbe consentire l’ingresso e la funzione energetica del glucosio nelle cellule dell’organismo, non riesce più a svolgere il suo compito e viene prodotta in un inutile ed anzi dannoso eccesso.

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I cinque parametri identificati per valutare il rischio di esposizione alle malattie cardiocircolatorie sono:

1. La glicemia a digiuno superiore a 110 mg/dl (la diagnosi di diabete prevede il superamento
del livello a digiuno di 126 mg/ml)
2. Livello di trigliceridi ematici superiore a 150 mg/dl
3. Livello di HDL (lipoproteine ad alta densità ovvero colesterolo “buono”) inferiore a 40
mg/dl nell’uomo ed a 50 mg/dl nella donna
4. Una pressione arteriosa con valori superiori a 130 mmHg per la massima e di 85 mmHg per
la minima (la diagnosi di ipertensione prevede il superamento di 140 e 90 mmHg
rispettivamente)
5. Una circonferenza addominale (misurata con una fettuccia da sarto direttamente sulla cute al livello fisiologico dell’ombelico) di 102 cm nell’umo e 88 cm nella donna.

Quest’ultimo parametro, target di eccessiva presenza di grasso cosiddetto “viscerale” è stato
considerato da studi successivi significativamente in grado di indurre, anche da solo, un importante rischio di patologie cardio circolatorie e diabete, tanto da essere stato in tempi successivi corretto dall’International Diabetes Federation (IDF) nei più severi limiti di 94 cm per l’uomo e 80 nella donna. L’IDF ha poi ridotto anche il livello massimo di glicemia a digiuno, per la definizione di Sindrome Metabolica, a 100 mg/dl.

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