Le origini culturali e spirituali del digiuno risalgono a tempi antichissimi e sono intrinsecamente legate alle diverse tradizioni e credenze religiose in tutto il mondo. Il digiuno è stato praticato da molte culture come un atto di purificazione, rinascita e di connessione con il divino.

Nella storia dell’umanità, il digiuno ha avuto un ruolo significativo in molte tradizioni religiose. Nell’antica Grecia, i pitagorici praticavano il digiuno come parte del loro percorso spirituale per raggiungere la saggezza e l’illuminazione. Nell’antico Egitto, il digiuno era spesso associato ai riti funerari e di purificazione, mentre nell’antica India, il digiuno era parte integrante delle pratiche ascetiche dei monaci e dei sacerdoti.

Nelle principali religioni del mondo, il digiuno ha un ruolo centrale. Nel Cristianesimo, il digiuno è spesso associato alla Quaresima e al periodo della Pasqua, durante il quale i fedeli si astengono da determinati cibi e bevande come forma di penitenza e riflessione spirituale. Nel Giudaismo, il digiuno è parte integrante di festività importanti come Yom Kippur e il digiuno di Esther durante Purim.

Nell’Islam, il mese del Ramadan è un periodo di digiuno osservato da milioni di musulmani in tutto il mondo. Durante questo mese, i fedeli digiunano dall’alba al tramonto, astenendosi dal cibo e dalle bevande, per mostrare devozione e gratitudine ad Allah e per purificare l’anima.

Anche in molte tradizioni spirituali orientali, come l’induismo e il buddhismo, il digiuno è praticato come un mezzo per raggiungere la consapevolezza interiore, la disciplina e la connessione con il sé più profondo.

Oltre alle radici religiose, il digiuno ha avuto significati culturali e sociali in molte società antiche. In alcune culture indigene, il digiuno è stato usato per celebrare eventi importanti, come le cerimonie di passaggio dei riti di guarigione.

Ma la scienza cosa ne pensa?

Negli ultimi tempi, il digiuno ha guadagnato interesse anche da un punto di vista salutare. Studi scientifici hanno valutato i potenziali benefici del digiuno periodico per la salute e il benessere, come il miglioramento della funzione cognitiva, il controllo del peso e la regolazione dell’insulina. In definitiva, le origini culturali e spirituali del digiuno sono intrinsecamente legate alla ricca storia dell’umanità e alla sua continua ricerca di significato, purificazione e connessione con l’universo e il divino. Il continuo digiuno ad essere una pratica significativa e rilevante per molte persone, che lo vedono come un percorso per la crescita spirituale, il benessere e la consapevolezza di sé.

La connessione tra dieta e salute è ormai ben consolidata, e recenti ricerche suggeriscono che un nuovo approccio all’alimentazione potrebbe rappresentare un potente strumento nella lotta contro due problemi di salute diffusi: il diabete di tipo 2 e l’obesità. Studi recenti indicano che consumare meno pasti, piuttosto che seguire il modello tradizionale a tre pasti al giorno, potrebbe essere efficace nella prevenzione di queste gravi condizioni.

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Il digiuno intermittente, un modello alimentare alternativo, ha catturato l’attenzione per il suo potenziale nel migliorare la salute metabolica, ma anche favorire una certa perdita di peso. 

“ La tempistica e la frequenza dei pasti sono state riconosciute come fattori essenziali per migliorare la salute cardiometabolica e un ruolo come terapia adiuvante nel cancro” ha affermato uno studio a firma Ghada A. Soliman pubblicato sul National Library Medicine. 

Ma ancora, un recente studio condotto presso l’Università della Georgia ha rivelato che l’alimentazione a tempo limitato, una forma di digiuno intermittente, potrebbe offrire notevoli benefici per la salute, tra cui una riduzione significativa del rischio di diabete di tipo 2 e obesità. La ricerca ha considerato un’ampia serie di studi pubblicati e sottoposti a revisione paritaria, rilevando una chiara correlazione tra il numero di pasti consumati e la prevalenza di queste condizioni di salute. Il modello di alimentazione a tempo limitato comporta il consumo di pasti regolari, ma in numero ridotto, e un digiuno di 12-14 ore, di solito durante la notte. Questi risultati sfidano lo scetticismo riguardo al digiuno e mettono in evidenza i possibili vantaggi di questa strategia dietetica. Trema e parecchio il tradizionale modello alimentare a tre pasti al giorno, con spuntini intermedi. Un fenomeno, come è facile immaginare, aggravato dall’elevato apporto calorico e di zuccheri tipico della dieta moderna. Riducendo la frequenza dei pasti, il corpo può utilizzare il grasso immagazzinato come fonte di energia, piuttosto che fare affidamento sui costanti zuccheri introdotti con il cibo. Questo cambiamento promuove una migliore utilizzazione dei grassi e può aiutare nella perdita di peso, ridurre i livelli di insulina e glucosio, migliorare la resistenza all’insulina, la salute del cervello e il controllo glicemico.

Proviamo a capire cosa si intende per digiuno intermittente e qual è la relazione con il meccanismo della chetosi. Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Eleonora Poggiogalle, Ricercatrice presso Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’ Università Sapienza di Roma.

Dottoressa cosa si intende per digiuno intermittente?

Il digiuno intermittente è un termine generico che comprende diverse definizioni. La definizione classica prevede, come suggerisce l’etimologia, giornate in cui non si introducono alimenti, quindi digiuno completo, alternato a giornate in cui ci si alimenta con una quantità di cibo desiderata. Da questa definizione iniziale, sono emerse altre forme di digiuno intermittente.

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Una di queste giornate è il digiuno intermittente modificato, in cui si alterna una di alimentazione libera a una giornata in cui si possono introdurre tra il 25% e il 30% delle calorie rispetto al fabbisogno giornaliero abituale. Quindi, nella giornata restrittiva del digiuno intermittente modificato, si consuma circa un quarto delle calorie abituali.

Un’altra variante è la formula del digiuno intermittente 5 a 2, in cui si hanno cinque giorni di alimentazione libera e due giorni di digiuno totale.

Infine, c’è il “time-restricted eating” (TRE), una forma di digiuno intermittente che non prevede un digiuno totale, ma si basa sulla restrizione calorica temporale dell’introito alimentare. Questa finestra temporale può andare da 4 a 12 ore, conservate dalle 8 alle 10 ore al giorno. Durante queste ore, è possibile alimentarsi, seguite da un digiuno prolungato nelle ore successive, per poi riprendere l’alimentazione in maniera ciclica.

 Cosa è accaduto nel percepito comune ma anche a livello di studi per portare alla ribalta una modalità quale quella di “saltare i pasti” che era tabù fino a un po ‘di anni fa? 

Le ultime decadi hanno visto un forte sviluppo di studi nella ricerca di base e nella ricerca scientifica soprattutto a partire nella ricerca nel mondo animale. Questa forma di alimentazione, limitata a una specifica finestra oraria, si è dimostrata un intervento nutrizionale efficace nel mitigare gli effetti negativi derivanti da una dieta iperlipidica e ipercalorica. Dopo i promettenti risultati ottenuti inizialmente negli animali, la ricerca si è spostata sugli esseri umani, cercando di analizzare come gli stessi principi possono essere applicati anche agli uomini.

I dati metabolici relativi all’implementazione di tale approccio nell’uomo sono stati positivi, e sono stati riscontrati anche benefici nella perdita di peso. È importante sottolineare che il “time-restricted eating”, che è una forma di digiuno intermittente, non si basa sulla restrizione calorica, ma sull’adattamento dell’assunzione di cibo a una finestra oraria più stretta all’interno delle 24 ore. Ciò implica un’alternanza tra momenti di alimentazione e digiuno.

Questo intervento si è dimostrato molto promettente, poiché ha mostrato effetti positivi sulla perdita di peso senza necessità di restrizioni caloriche, ma basandosi esclusivamente sulla regolazione del ritmo circadiano del nostro organismo. Gli studi clinici condotti sugli esseri umani hanno evidenziato un’efficacia che può portare a una perdita ponderale variabile dall’1 al 13% nel corso di periodi che vanno da 2 a 52 settimane.

Qual è il rapporto tra chetosi e digiuno intermittente? 

Certamente, quando parliamo di digiuno si richiama il concetto metabolico della chetosi. L’effetto positivo della chetosi è legato al miglioramento della flessibilità metabolica, che rappresenta la capacità delle nostre cellule di utilizzare il substrato energetico, ovvero il combustibile, presente in quel momento. Di conseguenza, in condizioni di digiuno, è più facile stimolare la produzione di corpi chetonici. Gli studi effettuati hanno dimostrato un aumento dei corpi chetonici nel time-restricted eating. Ho preso parte personalmente al primo studio condotto negli Stati Uniti e ho osservato un miglioramento della flessibilità metabolica e un aumento dei corpi chetonici circolanti. Quindi, c’è sicuramente una relazione tra digiuno e chetosi.

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Quali sono i casi nei quali è consigliato e in converso sconsigliato?

Innanzitutto parlerei di fasce di età. Attualmente, non disponiamo di dati sull’età evolutiva, quindi è meglio evitare il digiuno intermittente nei bambini e abbiamo solo pochi dati riguardanti gli adolescenti. Pertanto, ci concentreremo sugli adulti, e c’è stato un notevole interesse anche nell’età geriatrica.

Se analizziamo il concetto di “time-restricted eating”, possiamo notare che nelle fasce di età più avanzate, queste persone possono intraprendere questo percorso semplicemente allargando la finestra temporale. In altre parole, non è necessario limitarsi a una finestra nutrizionale di 6 o 8 ore, ma è possibile allungarla a 10 ore al giorno. Questo riduce il periodo di digiuno notturno, che in alcune fasce di età, come quella che stiamo analizzando, potrebbe portare a una perdita di massa magra. L’obiettivo di questo intervento nutrizionale è migliorare gli aspetti metabolici e favorire la perdita di peso, ma preservando e non compromettendo la massa muscolare. Sono previsti protocolli specifici anche per diverse età. Tuttavia, una controindicazione assoluta è la presenza di disturbi del comportamento alimentare, che deve sempre essere attentamente indagata prima di prescrivere un intervento di questo tipo. Dal primo studio in cui ho partecipato come ricercatrice, abbiamo anche valutato gli ormoni della sazietà ei partecipanti al processo non hanno riportato un aumento del senso di fama nonostante il digiuno. Quindi, questa strategia sembra essere accettabile anche dal punto di vista del controllo dell’appetito, e questo risultato non era proprio quello che ci aspettavamo.