Un rapporto pubblicato nel 2021 su RaiNews parla di una popolazione mondiale che dedica il 42% del proprio tempo all’osservazione di foto e video provenienti da varie piattaforme, in particolare Instagram e TikTok. Questi cambiamenti nell’abitudine di fruizione dei media hanno avuto un notevole impatto sulla salute mentale e fisica delle persone, con particolare riferimento ai disturbi alimentari, come sottolineato da uno studio condotto da Monteleone e colleghi nel 2021 .

Le immagini diventano uno strumento attraverso il quale le persone confrontano costantemente il proprio corpo, sia con foto e video precedenti di sé stessi, sia con immagini di altre persone, mantenendo una focalizzazione costante  sull’alimentazione che diventa il fulcro di perenni preoccupazioni, mantenendo  intrappolati i pensieri. Diversi studi hanno evidenziato un forte legame tra i contenuti specifici dei social media e l’insorgenza di problemi emotivi, come ansia, depressione e disturbi alimentari. I video sfide relative alle misurazioni corporee, video di “body-checking” in cui l’utente si filma davanti allo specchio, e confronta “prima e dopo” in seguito a regimi alimentari specifici sono diventati comuni.

In questo contesto, appare chiaro l’apporto che ha dato la pandemia a questo status quo. Leonardo Mendolicchio, psichiatra, responsabile della U.O. Riabilitazione dei Disturbi Alimentari e della Nutrizione presso l’Auxologico Piancavallo (Verbania) nonché uno dei massimi esperti italiani sui disturbi del comportamento alimentare dice: 

I genitori devono avere il coraggio di “guardare” in faccia le difficoltà dei propri figli e la pandemia ha sdoganato molte cose, tra le più importanti ci sono le dinamiche familiari e il confronto serrato tra generazioni. Questa occasione ha facilitato una consapevolezza importante.

Ciò nonostante –  racconta il Dottore – la pandemia ha inciso enormemente sulla recrudescenza dei disturbi del comportamento alimentare e sull’ossessione tra corpo e cibo.

Dottore com’è definibile il rapporto tra il cibo e la mente?

Si tratta di un rapporto molto articolato. Nel cibo convive e trovano sintesi materiale e spirituale. E’ un fatto di natura, ma anche di cultura.

L’autrice britannica Hadley Freeman nel suo libro a Good Girls racconta la sua lunga battaglia contro l’anoressia e le sue implicazioni più ampie parlando anche del fattore dell’ereditarietà dei disturbi. Che ci può dire al riguardo? Dove finisce la genetica e dove inizia il contesto, la società?

E’ una domanda importantissima e difficile. Dovremmo dire che anoressia, bulimia e obesità grave hanno quadri molto complessi e di fronte a questa complessità ridurre è complicato. Di fatto ci sono entrambe le componenti. Ci sono malattie genetiche tout court e molti disturbi epigenetici che si nascondono nell’interfaccia tra gene e ambiente. Molti aspetti epigenetici entrano in queste patologie. Modificano il modo in cui le cellule funzionano. Quando parliamo di epigenetica parliamo anche di quello che il mondo trasmette al corpo. In questa società basata su diet culture si crea un substrato su cui il disagio si può trasformare in vero e proprio disturbo.

Uno studio ha rivelato che le donne con familiari affetti da anoressia hanno undici volte più probabilità di sviluppare la stessa malattia rispetto a coloro che non hanno parenti colpiti. Come molte altre malattie mentali, l’anoressia sembra essere il risultato di un intricato mix tra fattori genetici ed ambientali. Molti esperti descrivono questa connessione attraverso una metafora particolare: la genetica carica la pistola, ma è l’ambiente a premere il grilletto. Quindi, anche se l’ereditarietà gioca un ruolo, non significa che il destino di una persona sia scritto sin dalla nascita.

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Per decenni, i ricercatori hanno focalizzato principalmente l’ambiente come causa principale dei disturbi mentali. Le famiglie, in particolare le madri, sono dichiarate spesso accusate di essere responsabili della schizofrenia, del disturbo bipolare o dell’anoressia dei loro figli. Tuttavia, questa visione ha iniziato a mutare negli anni ’60, con l’avvento degli studi sui gemelli moderni, in cui i ricercatori confrontavano gemelli identici e fratelli. I gemelli identici condividono il 100% del loro DNA, mentre i gemelli fratelli condividono solo circa il 50%, ma spesso crescono nello stesso ambiente. Gli studi hanno dimostrato che i gemelli identici avevano una maggiore probabilità di entrambi di sviluppare l’anoressia rispetto ai gemelli fratelli, sostenendo l’idea di un componente genetico della malattia. La moderna ricerca genomica ha consentito agli scienziati di identificare in modo sempre più preciso i fattori genetici e ambientali coinvolti. Se inizialmente si studiavano singoli geni, oggi gli scienziati ritengono che le malattie mentali siano altamente complesse e coinvolgano centinaia o addirittura migliaia di geni. Nel 2019, un consorzio di ricercatori ha pubblicato lo studio genomico più ampio sull’anoressia mai realizzato. Hanno confrontato i genomi di quasi 17.000 pazienti con anoressia con un gruppo di controllo di poco più di 55.000 uomini e donne senza la malattia. Questo studio ha identificato otto regioni genomiche associate in modo significativo all’anoressia, suggerendo che queste regioni contengono geni che aumentano il rischio di sviluppare questa condizione. Inoltre, hanno scoperto che l’anoressia condivide fattori genetici con una serie di altre malattie mentali, tra cui il disturbo ossessivo-compulsivo, l’ansia e la depressione.

Nell’ambito della Ketogenic diet academy interverrà con tema davvero interessante quale quello del Ruolo delle diete chetogeniche nelle patologie legate all’alimentazione con comorbidità psichiatrica. Ci può spiegare qualcosa? Dare un’anteprima?

I pazienti affetti da patologie psichiatriche sotto affetti da sindrome metabolica un po ‘perché gli psicofarmaci somministrati per tanto tempo e in grandi dosi possono portare sovrappeso, che va gestito. La chetogenica che a me non piace chiamare dieta perchè la chetogenesi è un intervento molto prezioso e nel paziente psichiatrico può essere davvero determinante. 

Su alcune patologie come depressione o sintomi che hanno a che fare con sfera del sonno la sua azione è indiscussa. L’aumento di concentrazione dei corpi chetonici che sono substrato metabolici dei neuroni che hanno solo due substrati metabolici: il glucosio e i corpi chetonici. Non hanno altra benzina. I corpi chetonici in tal senso stimolano i neuroni e si è visto in alcuni studi che hanno particolari affinità con alcune aree del cervello come quella limbica che regola umore e una risposta emotiva e produco un miglioramento di alcune sintomatologie in coesione con i trattamenti farmacologici. La depressione è uno di questi. 

Poi i corpi cheto stimolano la crescita neuronale quindi tutte le patologie che hanno a che fare con deficit cognitivi, intellettivi o da decadimento hanno un gran giovamento  da questo intervento. Ancor di più un paziente che fa uso cronico di farmaci e ha dismetabolismo con questo approccio ha grande giovamento. Uno strumento davvero importante perché ha senso dal punto di vista clinico.

Sempre ripercorrendo i suoi testi parla della società moderna come di una società cibocentriche. La nostra società appare cibofilica e cibofobica. Ci spiega cosa intende? Come mettiamo assieme amore e fobia?

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Ogni società ha gli oggetti verso i quali proiettare proprie inquietudini. I mass media propongono costantemente programmi di cucina, format televisivi su chef  da un lato e un altro filone salutista che parla degli effetti del cibo, delle calorie, dell’attenzione massima a certi cibi sulla nostra salute. Insomma emerge un quadro un po ‘schizofrenico dove il centro resta sempre e comunque il cibo.

Secondo una nuova ricerca canadese, i disturbi alimentari che richiedono cure ospedaliere sono aumentati “significativamente” tra i bambini e gli adolescenti in durante la pandemia. “La pandemia ha fatto luce sui disturbi alimentari ed è servita da catalizzatore” ha affermato la dottoressa Alene Toulany, specialista in medicina dell’adolescenza presso l’Hospital for Sick Children (SickKids) di Toronto nonchè coautrice dello studio.

La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ha evidenziato un progressivo abbassamento dell’età di insorgenza di malattie legate ai comportamenti alimentari. In questo complicato rapporto con il cibo entrano, secondo diversi studi, anche i social network per via di una ricerca di convalida dall’esterno e di una naturale esposizione al confronto con gli altri.  Sono sempre più comuni video sfide relative alle misurazioni corporee, video di “body-checking” in cui l’utente si filma davanti allo specchio, e confronta “prima e dopo” in seguito a regimi alimentari specifici. Il numero di visualizzazione resta impressionante, ad esempio l’hashtag #bodychecking si presenta come macrocontenitore di oltre 5,8 milioni di visualizzazioni. Questi video possono assumere varie forme e sfumature, ma il loro impatto psicologico, a parere degli esperti, è profondo. Innanzitutto, promuovono l’idea che il valore di una persona sia strettamente correlato all’aspetto fisico, creando una pressione costante per conformarsi a ideali di bellezza irrealistici. Questi ideali spesso vengono perpetuati da celebritàinfluencer dei social media e dai media in generale, creando un clima in cui le persone si sentono costantemente giudicate e confrontate con standard inaccessibili. Ciò nonostante va chiarito che, come dice Chelsea Kronengold, portavoce della National Eating Disorders Association

I social media in generale non causano disturbi alimentari. Tuttavia, possono contribuire a un disturbo alimentare.

Sì, ma in maniera silente e senza “coercizione” direbbe il filosofo coreano Byung-Chul Han. Han da anni descrive l’impatto tecnologico e social sull’ontologia umana. Nello specifico la società che descrive non è più quella di Freud e Foucault, basata su passaggi disciplinari e inibitori, ma si assiste al superamento della logica proibizionista per entrare in un modello di società neoliberale, psico-politica e permissiva dove l’individuo crede di essere soggetto di libero arbitrio, ma nei fatti la sua libertà è direzionata verso una “libera” selezione di prodotti che la rete e il mercato hanno impacchettato per lui.

Ne La società della stanchezza B. C. Han scrive:

La psicanalisi freudiana è efficace soltanto in una società repressiva, che fonda la propria organizzazione sulla negatività dei divieti. La società odierna, invece, non è primariamente disciplinare ma è una società della prestazione, che si svincola sempre più dalla negatività dei divieti e si propone come società della libertà. 

Insomma il senso di libertà nel mondo digitale e virtuale deriva dalla percezione dell’assenza di un controllo esterno, ma si traduce, paradossalmente, in un’autonomia interna che cerca di soddisfare il desiderio di visibilità mediatica. L’individuo sperimenta una sensazione di libertà perché sembra eliminato il controllo da parte di terzi, ma finisce invece per subire una forma più sottile e invisibile di schiavitù: l’auto-sfruttamento, meccanismo molto più efficace rispetto al controllo e allo sfruttamento proveniente dall’esterno, poiché è accompagnato da un senso di giusta libertà che gli utenti spesso difendono strenuamente come un diritto inalienabile.

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E se c’è un posto in cui l’autoesposizione totale appare come imperativo categorico irrinunciabile è senza dubbio l’universo di TikTok. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica americano PLOS One ha evidenziato come proprio TikTok sia stato capace, in poco tempo e in maniera massiccia, di promuovere una cultura della dieta “tossica”. L’obiettivo dei ricercatori è stato dall’inizio quello di identificare i temi chiave nei post relativi al cibo, alla nutrizione e al peso. Sono stati scaricati e analizzati utilizzando l’analisi dei modelli 1000 video provenienti da 10 hashtag popolari relativi a nutrizione, cibo e peso, ciascuno con oltre 1 miliardo di visualizzazioni. Da ciascuno dei dieci hashtag scelti sono stati scaricati i cento video più visti. Due programmatori hanno quindi codificato ciascun video per i temi chiave. I temi chiave includevano l’esaltazione della perdita di peso in molti post, il posizionamento del cibo per raggiungere salute e magrezza e la mancanza di voci di esperti che fornissero informazioni nutrizionali. La maggior parte dei post presentava una visione della salute basata sul peso, con meno del 3% codificato come peso compreso. La maggior parte dei post sono stati creati da adolescenti e giovani adulti bianchi. I contenuti relativi all’alimentazione su TikTok sono in gran parte normativi sul peso e possono contribuire a comportamenti alimentari disordinati.

Aiutare gli utenti e i giovani a discernere informazioni nutrizionali credibili è diventato indispensabile. Purtroppo ogni giorno assistiamo alla ribalta mediatica di  parvenu del web che invocano dimagrimenti e mirabolanti promesse di longevità senza alcuna qualifica medica

afferma il Professor Giovanni Spera, Presidente della Società italiana per lo Studio dei Disturbi del Comportamento Alimentare (Sisdca).

La diffusione di informazioni fuorvianti attraverso i social media ha creato un ambiente in cui le informazioni scientifiche possono essere distortamente interpretate o negate, contribuendo così alla diffusione della disinformazione. Questo fenomeno è ormai evidente da diversi anni nel campo della medicina. Un esempio emblematico – continua Spera – è rappresentato dalla dieta chetogenica, spesso conosciuta come la “dieta dei vip” o la “dieta pop”. Tuttavia, in campo medico, la dieta chetogenica è tutto tranne che “pop”; è, invece, considerata una vera e propria terapia nutrizionale che richiede una gestione attenta sotto la guida di professionisti al fine di affrontare vari problemi di salute.