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In questi giorni è tornato a girare un confronto che fa effetto: in Italia si vive in media 83,4 anni, ma quelli trascorsi in buona salute sarebbero appena 58. Venticinque anni di differenza. È davvero così? Dipende molto da come si misura la “buona salute”.

In breve. Gli italiani sono tra i popoli più longevi d’Europa e, secondo i dati europei, anche tra quelli che vivono più a lungo senza limitazioni nelle attività quotidiane. Il dato dei “58 anni in buona salute” misura un’altra cosa: come le persone giudicano la propria salute. Le grandi analisi internazionali concordano però su un punto: la vita si allunga più in fretta della vita in salute, il divario cresce quasi ovunque ed è più ampio per le donne. A riempirlo non sono tanto le malattie mortali quanto dolori, disturbi dell’umore, perdita dell’udito e cadute.

Tre numeri diversi per la stessa domanda

Il numero che ha fatto più rumore viene dall’Istat. Nel Rapporto Bes 2024 la speranza di vita alla nascita tocca il massimo storico di 83,4 anni (81,4 per gli uomini, 85,5 per le donne), mentre la speranza di vita in buona salute scende a 58,1 anni, contro i 59,1 del 2023 e i 58,6 del 2019, l’ultimo anno prima della pandemia. L’indicatore si basa sulla salute percepita: conta gli anni che, in media, si vivono dichiarando di stare bene o molto bene. E nel 2024 la quota di chi si sente in buona salute è scesa al 67,1%.

Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, guarda invece a un criterio più concreto: gli anni che una persona può aspettarsi di vivere senza limitazioni nelle attività abituali. Con questo metro, nei dati 2023 diffusi ad agosto 2025, l’Italia è ai vertici dell’Unione: 69,6 anni per le donne (terza dopo Malta e Bulgaria) e 68,5 per gli uomini (seconda dopo Malta), contro una media europea di 63,1.

Il terzo numero arriva dal Global Burden of Disease, il grande progetto internazionale che stima malattie e disabilità in tutto il mondo. Qui la “vita in salute” si calcola pesando ogni condizione per quanto pesa sulla vita quotidiana, e il risultato si chiama speranza di vita corretta per la salute. Lo studio pubblicato su The Lancet Public Health a luglio 2026 stima per l’Italia un divario di 11,8 anni nel 2023 tra la vita attesa e la vita in salute: erano 10,0 nel 1990.

Tre metodi, tre risultati molto diversi: nessuno è sbagliato. Rispondono a domande diverse. Il primo misura come ci sentiamo, il secondo se riusciamo a fare le cose di tutti i giorni, il terzo quanto pesano le malattie secondo stime epidemiologiche. Prenderne uno solo e trasformarlo in titolo è il modo più rapido per spaventare senza informare.

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Cosa dicono gli studi internazionali

Lo studio del Global Burden of Disease, coordinato dall’Institute for Health Metrics and Evaluation di Seattle e pubblicato su The Lancet Public Health (luglio 2026), ha analizzato 204 Paesi e territori dal 1990 al 2023. Nel mondo la speranza di vita è salita da 64,6 a 73,8 anni, quella in salute da 55,9 a 63,1. Il cosiddetto “divario di morbilità”, cioè gli anni vissuti in cattiva salute, è passato da 8,8 a 10,7 anni: un aumento del 21,9%. Secondo le stime centrali il divario si è allargato in 203 Paesi su 204. In Italia l’aumento è stato di 1,8 anni (+17,6%), un po’ sotto la media mondiale; nella classifica del 2023 il nostro Paese è al 42° posto. I divari più ampi si trovano negli Stati Uniti, in Australia e in Canada, e in generale nei Paesi ricchi: più si vive a lungo, più anni si accumulano con qualche acciacco.

La parte più interessante riguarda le cause. Oltre metà del divario mondiale (il 57,4%) dipende da cinque gruppi di condizioni, quasi tutte non mortali: i disturbi muscolo-scheletrici, soprattutto il mal di schiena, che da soli valgono 1,8 anni; i disturbi mentali, in particolare depressione e ansia; le malattie degli organi di senso, a partire dalla perdita dell’udito legata all’età; le lesioni accidentali, tra cui le cadute; altre malattie croniche non trasmissibili. Tra i fattori di rischio, a livello globale, i primi sono la glicemia alta e l’eccesso di peso.

Un lavoro precedente della Mayo Clinic, pubblicato su JAMA Network Open (dicembre 2024) con i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità su 183 Paesi, era arrivato a una conclusione simile con metodi diversi: tra il 2000 e il 2019 il divario globale è passato da 8,5 a 9,6 anni, con un aumento del 13%. La speranza di vita è cresciuta di 6,5 anni, quella in salute di 5,4.

Le donne vivono di più, ma con più anni difficili

Quasi tutte le fonti concordano su un punto: lo svantaggio delle donne. Nello studio della Mayo Clinic le donne hanno, in media, un divario più ampio di 2,4 anni rispetto agli uomini. Il Global Burden of Disease, secondo quanto riportato nelle sintesi dello studio, conferma che le donne vivono più a lungo in tutte le regioni del mondo ma passano più anni in cattiva salute.

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In Italia il quadro è lo stesso. Secondo l’Istat (Bes 2024) le donne vivono in media quattro anni più degli uomini, ma la loro speranza di vita in buona salute è di 56,6 anni contro 59,8: il valore femminile è il più basso dell’ultimo decennio e lo svantaggio sale a 3,2 anni. A 65 anni una donna può aspettarsi di vivere ancora 22,6 anni, di cui 10,3 senza limitazioni nelle attività; un uomo 19,8 anni, di cui 10,6 in autonomia. In pratica, gli anni in più delle donne sono soprattutto anni con qualche limitazione. È uno dei motivi per cui la longevità femminile merita attenzione specifica, invece di essere ricavata da dati raccolti soprattutto sugli uomini.

C’è poi una geografia della salute che non si può ignorare. Sempre secondo l’Istat, la speranza di vita in buona salute va dai 69,7 anni della provincia di Bolzano ai 53,4 della Calabria; gli anni senza limitazioni dopo i 65 anni sono 11,8 nel Nord-ovest e 8,8 nelle Isole. Le “zone blu” italiane, insomma, non bastano a fare la media nazionale.

I limiti delle prove

Tutti questi dati sono osservazionali e aggregati: descrivono popolazioni, non singole persone, e non dicono nulla sulle cause individuali. Hanno inoltre limiti specifici. L’indicatore Istat dipende dall’autovalutazione, che risente dell’umore collettivo, delle aspettative e perfino del periodo storico: un calo della salute percepita non equivale per forza a un aumento delle malattie. Anche l’indicatore europeo dipende da come le persone rispondono alle domande sulle limitazioni nelle attività, che possono essere interpretate in modo diverso nei vari Paesi; il primato italiano va quindi letto con cautela. Le stime del Global Burden of Disease sono modelli statistici costruiti su dati di qualità variabile, con ampi intervalli di incertezza, e il “peso” di ogni malattia si basa su pesi di disabilità ricavati da sondaggi, come riconoscono gli stessi autori dello studio su JAMA Network Open.

Infine, la speranza di vita è una misura “di periodo”: fotografa la mortalità di oggi e la applica a un neonato ipotetico. Non è una previsione su quanto vivremo noi.

Cosa resta incerto

Non sappiamo ancora quanto del calo recente della salute percepita in Italia sia un effetto duraturo e quanto una coda del periodo pandemico o del clima sociale. Non è chiaro nemmeno se l’allungamento del divario sia un segnale negativo in sé: una parte dipende dal fatto che oggi si sopravvive a malattie che un tempo uccidevano, e si convive con esse più a lungo. E manca un indicatore condiviso: finché Istat, Eurostat e Global Burden of Disease misureranno la salute in modi diversi, il confronto tra numeri resterà fonte di confusione.

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Quello che emerge con buona solidità è la direzione: il problema principale della longevità di oggi non è tanto morire prima, quanto vivere gli ultimi anni con dolore, fragilità, isolamento sensoriale o sociale.

Cosa puoi fare

Se le cause principali degli anni difficili sono mal di schiena, umore, udito e cadute, le contromisure sono meno spettacolari dei protocolli che circolano sui social, ma più vicine alle prove. L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che, nell’invecchiamento in salute, ambiente e comportamenti contano più della genetica, e che i cambiamenti dell’invecchiamento sono legati solo in modo approssimativo all’età anagrafica.

  • Muoversi con regolarità, includendo attività che mantengono forza ed equilibrio: aiutano schiena, articolazioni e prevenzione delle cadute.
  • Mangiare in modo vario ed equilibrato e non fumare, le indicazioni più solide e meno costose che esistano.
  • Far controllare udito e vista quando qualcosa cambia: sono tra le cause più sottovalutate di anni vissuti con limitazioni.
  • Prendere sul serio umore, ansia e solitudine, parlandone con il medico di famiglia invece di considerarli parte inevitabile dell’età.
  • Rendere la casa più sicura (luci, tappeti, appoggi) e, per le donne dopo la menopausa, chiedere al medico come tenere d’occhio la salute di ossa e muscoli.

Nessuna di queste azioni garantisce anni in più. Ma i dati suggeriscono che è proprio lì, nella qualità degli anni, che si gioca la partita della longevità.

Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce il parere del medico.

Fonti

  1. Istat, Rapporto Bes 2024: il benessere equo e sostenibile in Italia, capitolo Salute.
  2. GBD 2023 Collaborators (Hay SI et al.), Global, regional, and national trends in the morbidity gap and contributing diseases, injuries, and risk factors, 1990–2023, The Lancet Public Health, 2026.
  3. Garmany A, Terzic A, Global Healthspan-Lifespan Gaps Among 183 World Health Organization Member States, JAMA Network Open, dicembre 2024.
  4. Eurostat, How many healthy life years can EU citizens expect?, agosto 2025.
  5. Organizzazione mondiale della sanità, Ageing and health, scheda informativa.
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