Cinque milioni di italiani usano l’intelligenza artificiale per costruirsi una dieta, secondo il rapporto Coldiretti-Censis presentato in questi giorni. È comodo, è gratis, risponde a qualsiasi ora e non giudica. Ma quanto sono affidabili i menu scritti da un chatbot? Fino a poco tempo fa era una domanda senza risposta. Oggi gli studi cominciano a essere abbastanza numerosi da tracciare un quadro: meno catastrofico di quanto temono alcuni, molto meno rassicurante di quanto credono altri.
Il dato
Secondo il rapporto “La filiera della buona salute”, circa cinque milioni di italiani usano l’intelligenza artificiale per costruire un piano alimentare o seguire una dieta, ma anche per cercare ricette, capire cosa contiene un alimento, avere indicazioni su cosa mangiare. Nello stesso rapporto il 47% degli intervistati dice di essersi imbattuto in informazioni sul cibo che si sono poi rivelate false (Food Affairs, 19 ottobre 2026).
Il rapporto contiene altri due numeri che aiutano a leggere il primo. L’85% degli intervistati ritiene utile l’educazione alimentare a scuola fin dall’infanzia, e il 94% attribuisce un ruolo importante a medici e personale sanitario. In altre parole: gli italiani si fidano dei medici, ma intanto chiedono alle macchine. Non è una contraddizione, è una questione di accesso. Il chatbot è sempre disponibile, il nutrizionista costa e va prenotato.
Il rapporto avverte del rischio di cercare conferme su blog e social invece che su fonti affidabili, e conclude che l’intelligenza artificiale può essere utile ma non dovrebbe sostituire le conoscenze scientifiche né il confronto con medici e nutrizionisti. Una conclusione condivisibile, che però resta generica. Per capire dove i chatbot funzionano e dove sbagliano bisogna guardare alla ricerca.
Cosa dicono gli studi
Nel 2025 un gruppo di ricercatori ha pubblicato sulla rivista Dietetics una revisione sistematica di tutti gli studi che avevano messo alla prova ChatGPT nella pianificazione dei pasti e nei consigli alimentari: 23 lavori, tra test di accuratezza, confronti con altri strumenti o con dietisti in carne e ossa, e studi qualitativi su come gli esperti giudicano le risposte (Guo e colleghi, Dietetics, 2025). Ecco cosa emerge.
Dove funziona
- La distribuzione dei nutrienti. Nei menu generati, carboidrati, proteine e grassi sono spesso vicini agli obiettivi richiesti: in uno studio l’accuratezza media sui macronutrienti era dell’84%.
- Le informazioni generali. In uno studio il modello ha superato un test di conoscenze nutrizionali con l’84% delle risposte corrette. Sulle domande relative alla malattia renale cronica, basate sulle linee guida internazionali, non ha dato risposte fuorvianti.
- Il confronto con i professionisti. In alcuni studi le risposte del chatbot sono state giudicate pari o persino migliori di quelle dei dietisti. In uno, il 79% degli esperti non riusciva a distinguere un piano per la gestione del peso scritto dall’intelligenza artificiale da uno scritto da un professionista.
- I modelli più recenti sbagliano meno dei precedenti: in un test sulla dieta per i malati di rene, GPT-4 era accurato nell’81% dei casi contro il 66% della versione precedente.
Dove sbaglia
- Le calorie. È il punto debole più ricorrente. In uno studio l’energia dei menu si discostava del 17% dal valore corretto; in un confronto con un sistema di raccomandazione basato su banche dati nutrizionali, lo scarto di ChatGPT superava il 19%, contro lo 0,8% dello strumento specializzato. Su una dieta da 1.800 calorie, un errore del 17-19% vuol dire sbagliare di oltre 300 calorie al giorno.
- Le porzioni. Il modello riconosce bene gli alimenti, in uno studio nell’87,5% dei casi, ma stima male le quantità.
- I casi complessi. In uno studio su più malattie, l’accuratezza andava dal 73% per il fegato grasso al 55% per la sarcopenia, la perdita di massa muscolare dell’anziano. Sulle indicazioni per chi soffre di calcoli renali, le risposte corrette erano circa la metà. Su un esame per dietisti dedicato al diabete, la versione di ChatGPT allora disponibile gratuitamente si fermava al 60%, mentre GPT-4 arrivava al 74%.
- La coerenza. Uno degli studi ha notato che la stessa domanda, posta due volte, produceva risposte diverse. Per un consiglio sanitario è un problema serio.
- La leggibilità. Anche quando le risposte erano corrette, erano scritte in un linguaggio difficile, adatto a chi ha una buona istruzione superiore.
Gli esperti interpellati nei diversi studi hanno segnalato soprattutto la mancanza di rigore e di dettaglio, consigli contraddittori e la scarsa attenzione ai costi. In uno studio, più della metà degli esperti ha detto che i consigli del chatbot non dovrebbero essere usati da soli.
C’è poi un limite che riguarda tutti questi lavori: si sono svolti in condizioni sperimentali o simulate. Nessuno ha seguito nel tempo persone reali che mangiavano secondo i menu di un chatbot, per vedere cosa succedeva alla loro salute.
Il caso delle allergie
Il problema di sicurezza più serio riguarda le allergie alimentari. In uno studio pubblicato su Nutrition, due ricercatori polacchi hanno chiesto a ChatGPT 56 diete per persone con allergie diverse. Le diete erano in generale accurate, ma alcune contenevano errori che potevano risultare dannosi, e gli sbagli più frequenti riguardavano porzioni e calorie (Niszczota e Rybicka, Nutrition, 2023). La revisione del 2025 lo indica come il rischio più preoccupante emerso finora. Per chi ha un’allergia, “in generale accurato” non è abbastanza: basta un ingrediente sbagliato.
Quando il chatbot fa danni
Il caso più noto è americano. Nel 2023 la National Eating Disorders Association, la principale associazione statunitense per i disturbi alimentari, chiuse la sua linea telefonica gestita da persone e puntò su un chatbot, Tessa. Era stato progettato da esperti con risposte predefinite, ma la società che lo gestiva aggiunse funzioni di intelligenza artificiale generativa. Una consulente, Sharon Maxwell, provò a chiedergli come sostenere chi soffre di disturbi alimentari: insistendo sul tema delle “abitudini sane”, ottenne consigli per dimagrire, come perdere mezzo chilo o un chilo a settimana, non superare le 2.000 calorie al giorno, mantenere un deficit di 500-1.000 calorie. Pubblicò le schermate sui social e l’associazione spense il chatbot nel giro di poche ore (NPR, 8 giugno 2023).
Una delle ricercatrici che avevano progettato Tessa spiegò che il sistema era stato volutamente tenuto rigido proprio perché l’intelligenza artificiale non era considerata pronta per un pubblico così fragile. Il caso mostra il punto debole di questi strumenti meglio di qualsiasi statistica: dicono cose sensate per la persona media, e possono dire la cosa sbagliata alla persona sbagliata.
Perché sbaglia
Insegno da tempo a professionisti come usare l’intelligenza artificiale nel proprio lavoro, e la regola che ripeto è sempre la stessa: un modello linguistico produce testi plausibili, non verifica fatti. Non ha una banca dati nutrizionale da consultare, a meno che non gli venga collegata; ricostruisce le calorie di un piatto dalla probabilità delle parole, non da una tabella. Non conosce i tuoi esami, i farmaci che prendi, la tua storia clinica, a meno che non glieli racconti, e anche allora non li valuta come farebbe un medico.
E tende ad accontentarti. Se gli chiedi una dieta da fame per perdere cinque chili in una settimana, probabilmente te la scrive, magari con un avvertimento in fondo che nessuno legge. Un professionista, davanti alla stessa richiesta, ti chiederebbe perché.
Come chiedere, se proprio vuoi chiedere
Chi usa comunque un chatbot per la propria alimentazione può ridurre i rischi con qualche accorgimento nel modo di porre le domande. Non garantisce risposte corrette, ma aiuta a ottenere risposte più utili e più facili da verificare.
- Chiedi idee, non prescrizioni. “Dammi dieci idee per pranzi veloci con legumi e verdure di stagione” è una richiesta adatta. “Fammi una dieta da 1.200 calorie per perdere sei chili in un mese” non lo è.
- Chiedi di spiegare, non solo di decidere. “Perché si dice che le fibre aiutano la sazietà? Quali studi lo mostrano?” ti dà qualcosa da controllare. Un elenco di cibi “sì” e “no” senza motivazioni, no.
- Dichiara i limiti. Se segui una terapia o hai un’allergia, scrivilo, e chiedi esplicitamente al chatbot di segnalarti cosa dovresti verificare con il medico. Poi verificalo davvero.
- Fai la stessa domanda due volte. Se le risposte cambiano molto, è un segnale che il modello non ha una base solida su quel punto.
- Diffida della sicurezza. Un chatbot scrive con lo stesso tono convinto sia quando ha ragione sia quando sbaglia. La sicurezza del testo non dice nulla sulla sua correttezza.
Come usarla bene
Nulla di tutto questo significa che l’intelligenza artificiale sia inutile. Significa che va usata per quello che sa fare:
- Va bene per idee di ricette, liste della spesa, menu settimanali generici, per capire un termine o un’etichetta, per organizzare i pasti di una famiglia.
- Dagli il contesto, ma non fidarti del risultato: anche se gli dici età, peso e obiettivi, le calorie possono essere sbagliate di centinaia al giorno.
- Chiedi sempre le fonti e controllale: i chatbot possono citare studi che non esistono o attribuire a una ricerca conclusioni che non contiene.
- Non usarla da sola se hai il diabete e prendi farmaci, allergie alimentari, malattie dei reni o del fegato, se sei in gravidanza o allatti, se hai o hai avuto un disturbo alimentare. Qui un errore può costare caro.
- Diffida delle promesse: chili persi in pochi giorni o diete molto ipocaloriche sono un segnale d’allarme, chiunque le proponga, umano o macchina.
- Porta il piano al professionista. Un menu generato dall’intelligenza artificiale può essere un buon punto di partenza per una visita, non un sostituto.
L’intelligenza artificiale può essere un buon assistente in cucina e al supermercato. Il medico e il nutrizionista, però, restano un’altra cosa: non perché sappiano tutto, ma perché sanno chi hanno davanti.
Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere del medico.