In pochi decenni il caffè è passato da vizio da tenere a bada a bevanda quasi salutista. Come spesso accade, la verità sta in mezzo. E una nuova ricerca americana ricorda che il problema, a volte, non è il caffè ma quello che ci versiamo dentro.
La notizia: le calorie arrivano dalle aggiunte
I ricercatori della Tufts University di Boston hanno analizzato i dati di circa 30.000 adulti americani raccolti tra il 2003 e il 2018 dalla grande indagine nazionale sull’alimentazione NHANES. In quindici anni la quantità di caffè bevuta è rimasta più o meno la stessa, circa 380 millilitri al giorno, ma le calorie che arrivano dalla tazza sono salite da 43 a 60 al giorno, quasi il 40% in più. Il motivo non è lo zucchero, rimasto stabile, ma i preparati “non caseari” per sbiancare il caffè, i cosiddetti creamer: la loro quantità è più che raddoppiata e nel 2018 erano diventati la prima fonte di calorie aggiunte, davanti a zucchero e latte (Pan, Zhou e Zhang, Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics, 2026).
Due avvertenze. I dati si basano su quello che le persone ricordano di aver bevuto il giorno prima, quindi sono approssimativi. E riguardano gli Stati Uniti, dove si beve caffè lungo in tazze grandi: un espresso al bar è un’altra storia. Il messaggio però vale anche da noi, dove cappuccini con sciroppi, panna e bevande “al gusto di caffè” sono ormai comuni. Molti di questi prodotti rientrano nella famiglia dei cibi ultraprocessati di cui abbiamo parlato in questo articolo sugli ultraformulati.
Cosa dicono gli studi sulla salute
Il lavoro più completo resta una “revisione delle revisioni” pubblicata sul BMJ: gli autori hanno messo in fila 201 meta-analisi di studi osservazionali e 17 meta-analisi di studi clinici. Rispetto a chi non beve caffè, chi ne beve tre o quattro tazze al giorno ha mostrato il rischio più basso di morte per tutte le cause (circa il 17% in meno) e per malattie cardiovascolari. Le associazioni favorevoli più forti riguardavano il fegato, e anche il rischio complessivo di tumore risultava più basso nei grandi bevitori rispetto a chi ne beveva poco (Poole e colleghi, BMJ, 2017).
Prima di brindare con la moka, però, conviene leggere i limiti scritti dagli stessi autori. Quasi tutte le prove sono osservazionali: mostrano che chi beve caffè si ammala meno, non che si ammala meno perché beve caffè. La qualità delle prove è stata giudicata bassa o molto bassa, il fumo confondeva molti risultati e, per alcuni esiti come il diabete di tipo 2, gli studi genetici che cercano un nesso di causa non lo hanno confermato. Chi vuole prevenire o far regredire il diabete trova strumenti con prove più solide nel nostro articolo sulla remissione del diabete di tipo 2 con la dieta.
Il cuore: il caso dello studio DECAF
Per anni a chi soffre di fibrillazione atriale, l’aritmia più comune, si è consigliato di rinunciare al caffè. Uno studio randomizzato, cioè con i partecipanti assegnati a caso a un gruppo o all’altro, ha messo alla prova questo consiglio su 200 pazienti con fibrillazione atriale persistente che dovevano sottoporsi a cardioversione. In sei mesi, chi ha continuato a bere caffè ha avuto il 39% di probabilità in meno di una ricaduta rispetto a chi lo aveva eliminato (Wong e colleghi, JAMA, 2025).
È un risultato interessante, ma ristretto: riguarda pazienti già bevitori di caffè, con un tipo preciso di aritmia, e solo una minoranza delle persone contattate ha accettato di partecipare. Chi era convinto che il caffè gli scatenasse l’aritmia probabilmente non c’è. Lo studio non dice nulla su bevande energetiche e dosi elevate.
I rischi e i limiti da conoscere
- Gravidanza. Nella revisione del BMJ un consumo alto in gravidanza era associato a basso peso alla nascita e aborto spontaneo (Poole e colleghi, 2017).
- Colesterolo. Negli studi clinici il caffè ha alzato un po’ il colesterolo LDL e i trigliceridi; l’effetto era minore con il caffè filtrato e trascurabile con il decaffeinato (stessa revisione).
- Ossa. Nelle donne è emersa un’associazione con un rischio di fratture leggermente più alto, che gli autori considerano incerta.
- Sonno. Secondo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, già 100 milligrammi di caffeina vicino all’ora di andare a letto possono disturbare il sonno in alcuni adulti (EFSA, parere sulla sicurezza della caffeina, 2015).
Per gli adulti sani, l’EFSA considera sicura una quantità di caffeina fino a 400 milligrammi al giorno da tutte le fonti, distribuita nella giornata, e fino a 200 milligrammi in una sola volta; in gravidanza e allattamento il limite scende a 200 milligrammi al giorno (EFSA, 2015). Tradurre questi numeri in tazzine è difficile, perché la caffeina varia molto con la miscela, la preparazione e la dimensione della tazza, e va contata anche quella di tè, cola, cioccolato e bevande energetiche.
Consigli pratici
- Guardare cosa c’è nella tazza. Un caffè con poco latte e poco zucchero non pesa sulla dieta; sciroppi, panna e creamer sì, e si sommano ogni giorno.
- Non bere caffè “per prevenire”. Chi non lo ama o non lo tollera non ha motivo di iniziare: i benefici sono associazioni, non prove.
- Attenzione all’orario. Se si dorme male, il primo indiziato è il caffè del pomeriggio.
- Colesterolo alto? Può valere la pena chiedere al medico se preferire il caffè filtrato o il decaffeinato.
- Fegato. Chi ha il fegato grasso trova nel caffè un possibile alleato, ma la base resta la dieta: ne abbiamo parlato in fegato grasso, cosa mangiare davvero.
Chi deve parlarne con il medico
Conviene chiedere un parere in gravidanza e allattamento, in caso di aritmie, palpitazioni o pressione alta non controllata, di reflusso, ansia o insonnia, di osteoporosi e quando si assumono farmaci, perché la caffeina può interagire con alcuni medicinali. E chi ha una fibrillazione atriale non dovrebbe cambiare le proprie abitudini sulla base di un solo studio, nemmeno di uno favorevole al caffè.
Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere del medico. Foto di copertina: chaisiri tiewsirichaisakul su Unsplash.