Il bicchiere di rosso “che fa bene al cuore” è una delle convinzioni più radicate a tavola. Negli ultimi anni, però, gli studi più ampi l’hanno messa in crisi: a ogni livello di consumo esaminato l’alcol non risulta proteggere la salute nel suo complesso, e i rischi crescono con la quantità. Ecco cosa dicono i dati, e cosa non dicono.
Da dove nasce l’idea del bicchiere che protegge
Per decenni molti studi osservazionali hanno mostrato che chi beveva poco sembrava vivere un po’ più a lungo di chi non beveva affatto. Il problema sta nel confronto: nel gruppo dei “non bevitori” finivano spesso anche ex bevitori che avevano smesso perché si erano ammalati, e questo rendeva gli astemi meno sani di quanto fossero in realtà. Gli autori della meta-analisi descritta qui sotto indicano proprio questo errore di classificazione tra i limiti degli studi del passato (Zhao e colleghi, JAMA Network Open, 2023).
Cosa dice la meta-analisi più ampia
Un gruppo di ricercatori canadesi ha riunito 107 studi di coorte per un totale di quasi 4,8 milioni di persone e oltre 425.000 decessi, correggendo i dati per le differenze tra i gruppi (Zhao e colleghi, JAMA Network Open, 2023). Rispetto a chi non beveva abitualmente, chi beveva poco (da 1,3 a 24 grammi di alcol al giorno) non aveva un rischio di morte significativamente più basso. Il rischio diventava significativamente più alto da 45 grammi al giorno in su, del 19% tra 45 e 64 grammi e del 35% oltre i 65 grammi.
Per le donne la soglia era più bassa: il rischio risultava già più alto del 21% tra 25 e 44 grammi al giorno, una quantità per cui negli uomini l’aumento non era significativo. Anche qui ci sono limiti dichiarati: il consumo era riferito dai partecipanti, spesso misurato una sola volta e probabilmente sottostimato, e in gran parte degli studi non si teneva conto delle abbuffate occasionali.
Il nuovo studio americano
A fine ottobre è tornato a circolare l’Alcohol Intake and Health Study, pubblicato a giugno 2026 sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs (Shield, Naimi e colleghi, 2026). Commissionato dal governo federale degli Stati Uniti per preparare le nuove linee guida alimentari, ha esaminato oltre 7.200 pubblicazioni e applicato i rischi trovati ai dati sanitari nazionali americani. Risultato: nessun effetto protettivo complessivo a nessun livello di consumo. I possibili benefici su cardiopatia ischemica e ictus a dosi basse sarebbero superati dai rischi per altre malattie, tumori compresi.
Fino a 7 bicchieri standard a settimana gli aumenti di rischio risultano piccoli per la maggior parte delle condizioni; con 14 a settimana, il rischio nel corso della vita di morire per una causa legata all’alcol arriva a circa 1 su 25. Si tratta di stime basate su modelli statistici e valide per la popolazione: non dicono cosa succederà a una singola persona, il cui rischio dipende anche da genetica, stile di vita e modo di bere. Gli autori dichiarano di non avere conflitti di interesse.
Alcol e tumori: la posizione dell’OMS
Già nel 2023 l’Organizzazione mondiale della sanità aveva pubblicato su The Lancet Public Health una dichiarazione netta: per la salute non esiste una quantità di alcol priva di rischi (OMS, gennaio 2023). L’alcol è classificato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro nel Gruppo 1, quello delle sostanze cancerogene certe, e causa almeno sette tipi di tumore, tra cui quelli del colon-retto e del seno. Secondo l’OMS, circa metà dei tumori attribuibili all’alcol nella Regione europea riguarda persone che bevono in modo “leggero” o “moderato”.
E in Italia?
Secondo l’Istituto superiore di sanità (dati 2024, pubblicati ad aprile 2026), i consumatori a rischio sono circa 8,2 milioni, il 21,8% degli uomini e il 9,1% delle donne, e circa 4,45 milioni di persone praticano il binge drinking, cioè bevono molti bicchieri in un’unica occasione. Circa 17,8 milioni di persone bevono fuori dai pasti, un’abitudine lontana dall’immagine del bicchiere di vino a cena. L’ISS ricorda che nessun livello di consumo è considerato sicuro.
I limiti di quello che sappiamo
Non esistono, né possono esistere per ragioni etiche, studi randomizzati che facciano bere per anni un gruppo di persone e un altro no per misurare tumori e mortalità. Tutto ciò che sappiamo viene da studi osservazionali e da modelli, che mostrano associazioni e possono risentire di errori nel ricordare quanto si beve. Per questo i ricercatori parlano di rischi “piccoli” a dosi basse e non di danni certi per ogni bicchiere. Ma la convergenza tra studi diversi su un punto è notevole: l’idea che bere poco protegga la salute non regge più.
Consigli pratici
- Se non bevi, non c’è nessun motivo di salute per cominciare.
- Se bevi, meno è meglio: ridurre conviene a ogni livello di consumo, non solo a chi beve molto.
- L’alcol porta circa 7 calorie per grammo, senza nutrienti utili: conta anche nel peso e nella dieta.
- Evita di concentrare molti bicchieri in un’unica occasione: il binge drinking è uno dei comportamenti che l’ISS considera a rischio.
- Se hai la pressione alta, oltre al bicchiere conta molto anche il sale: ne abbiamo parlato nell’articolo sui dati ISS su sale e pressione.
- Chi ha l’acido urico alto o soffre di gotta trova qualche indicazione in più nell’articolo su acido urico e dieta.
Chi deve parlarne con il medico
Va chiesto un parere al medico prima di bere anche poco in caso di gravidanza o allattamento (in cui l’indicazione è di non bere), malattie del fegato, pancreatite, reflusso, aritmie, diabete, e quando si prendono farmaci che possono interagire con l’alcol, come sedativi, antidepressivi, antidolorifici e anticoagulanti. Chi fa fatica a ridurre o si accorge di bere per stare meglio può rivolgersi al medico di famiglia o ai servizi per le dipendenze della propria ASL. Per chi vuole guardare la questione nel quadro più ampio degli anni vissuti in salute, c’è il nostro articolo su longevità e anni in salute in Italia.
Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere del medico. Foto di copertina: Jessie Maxwell su Unsplash.