Risponde e chiarisce l’endocrinologo, prof. Giovanni Spera.

Il 3 settembre 2019 su il Salvagente é stato pubblicato un articolo di Roberto Quintavalle dal titolo La dieta chetogenica? Funziona ma può danneggiare il fegato. Grazie al supporto del Professor Giovanni Spera abbiamo delineato delle considerazioni sulle argomentazioni emerse nell’articolo. Nello specifico il Professore ritiene che nel testo ci siano molte inesattezze, fuorvianti rispetto alla necessità di fornire ai lettori elementi, scientificamente corretti il più possibile, per un loro giudizio su un tema così spinoso. Pertanto ha deciso di affidarci le sue dichiarazioni intervenendo punto per punto.

Nell’articolo pubblicato su ilsalvagente.it emerge quanto segue:

La dieta chetogenica? Nonostante la grande diffusione (e i grandi affari che molti fanno sui kit di alimenti pronti) potrebbe danneggiare il fegato ed esporre alla Nafld, una malattia che può portare a cirrosi e cancro al fegato. L’acronimo sta per Non-Alcoholic Fatty Liver Disease e indica la più comune patologia epatica nei paesi occidentali. A lanciare il pesante monito è la nutrizionista scozzese Laura Wyness, che ha sottolineato come la sostituzione di cereali, frutta e verdura in favore di carne e grassi comporti un rischio tutt’altro che trascurabile.

Spera risponde: 

Una dieta chetogenica ben condotta non solo NON danneggia il fegato, ma può essere utile a curare la minaccia della steatosi epatica. D’altra parte  mi trovo costretto a constatare la totale arbitrarietà dell’informazione trasmessa dalla nutrizionista scozzese in questione, Laura Wyness che non mi risulta accreditata da nessuna comunità scientifica né come semplice autrice né come  commentatrice di articoli scientifici. A smentire infatti totalmente il rischio di  NAFLD (Non-Alcoholic Fatty Liver Disease) ci sono numerose pubblicazioni scientifiche che dimostrano che l’uso di diete chetogeniche a basso apporto di glucidi possono essere usate nella fase di preparazione agli interventi di chirurgia bariatrica (Chirurgia dell’obesità) proprio allo scopo di “depurare” il fegato dall’accumulo di grasso con il risultato di rendere più semplice ed efficace l’intervento stesso. 

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La dieta chetogenica riduce invece in modo drastico i carboidrati, aumentando proteine e soprattutto grassi. In questo modo l’organismo è costretto a utilizzare i grassi come fonte di energia.

Spera commenta: 

Intanto la dieta chetogenica prevede sì  una riduzione di carboidrati, ma non un aumento di proteine. I grassi, ma solo quelli non pericolosi, cioè gli acidi grassi insaturi e polinsaturi, possono essere usati liberamente SOLO nelle chetogeniche definite Low Carb High Fat (LCHF) proposte da molti clinici americani, come quelli della Virta Clinic di San Francisco, che utilizzano ad esempio proprio la LCHF per il trattamento, fino alla remissione, del diabete TIPO 2.  In tutte le diete chetogeniche i grassi, ma proprio quelli di deposito e in eccesso vengono effettivamente usati come fonte energetica, ma questo è un processo assolutamente fisiologico che porta alla cosiddetta chetosi. 

Il processo, chiamato chetosi, perché porta alla formazione di molecole chiamate corpi chetonici, è una condizione tossica per l’organismo, che provvede allo smaltimento dei corpi chetonici attraverso la via renale.

Spera risponde: 

La chetosi non è assolutamente un processo “tossico” per l’organismo, ma una condizione fisiologica. Lo smaltimento dei corpi chetonici in eccesso mediante i reni avviene fisiologicamente come per qualsiasi altro prodotto del metabolismo delle sostanze nutritive dell’organismo umano, ma non per questo gli elementi chimici presenti nelle urine possono essere considerati automaticamente dei “tossici”.

L’articolo in questione continua così: 

Il suo grande successo è dovuto al fatto che consente  di ridurre il peso fino a quattro chili a settimana senza perdere la massa muscolare o quella magra, in quanto l’assunzione di proteine agevola la formazione muscolare e la tonicità. A causa del taglio netto ai carboidrati  può causare vertigini, debolezza, ipoglicemia e disturbi gastro-intestinali, soprattutto nelle prime due settimane dall’inizio della dieta, quando ancora l’organismo non si è abituato al cambiamento.

Spera al riguardo scrive quanto segue: 

Il mantenimento della massa magra è una peculiarità positiva delle diete chetogeniche ma non è dovuto, come detto, ad un eccessivo apporto di proteine, ma al consumo preminente dei grassi ed all’azione positiva dei chetoni usati peraltro come base energetica alternativa.

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Una dieta chetogenica ipocalorica, quindi a basso apporto calorico generale, calcolata con l’abbattimento pressochè totale dei carboidrati (glicidi), la cosiddetta VLCKD, come avviene con qualsiasi altra dieta ipocalorica, all’inizio può indurre una sensazione di debolezza e disagi vari legati al cambio  radicale di abitudini alimentari. Mai sintomi da effetti collaterali indesiderati gravi o rischiosi. Piuttosto nel corso dei giorni si stabilizza una sensazione di benessere generale a cui contribuisce l’assenza della sensazione di fame, tipica invece delle normali diete ipocaloriche bilanciate, che rende più semplice il percorso dietetico. Detto ciò è fondamentale ribadire che un approccio di terapia dietetica come questa non può essere autogestita, ma va prescritto e controllato da personale sanitario qualificato. 

L’assoluta mancanza di carboidrati e un elevato apporto di grassi e proteine venivano (in alcuni casi lo è ancora) utilizzati per curare le crisi epilettiche dei bambini e degli adulti. Nel digiuno assoluto le crisi epilettiche scompaiono: quando non si mangia, nel sangue scende il glucosio e aumentano i chetoni (acido acetoacetato e beta-idrossibutirrico). In questo modo diminuiscono le possibilità che nel paziente si scateni uno choc epilettico. E le diete iperproteiche non fanno altro che simulare il digiuno, motivo per cui si dimagrisce.

Spera continua così:

 E’ vero che le diete chetogeniche non a basso apporto calorico, ma a bassissimo apporto solo di glucidi sono utilizzate sin dagli anni Venti per trattare l’epilessia nei bambini resistenti a trattamenti farmacologici. Con introito alimentare di macro (incremento ad esempio dell’apporto di lipidi)  e micronutrienti si può in questi casi garantire tranquillamente la crescita e lo sviluppo dei giovani pazienti. I chetoni (acido acetoacetato e beta-idrossibutirrico) si dimostrano substrati energetici ottimali per le cellule cerebrali che in tal caso subiscono una sorta di reset mostrando di preferire i chetoni ai glucidi. Proprio l’esperienza con bambini epilettici conferma poi la possibilità che, se ben gestire, opportune diete chetogeniche possano essere usato nelle più svariate situazioni cliniche, anche sul lungo periodo.  

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Resta da aggiungere che le diete a basso apporto glucidico e a basso apporto calorico, le cosiddette VLCKD, sono una novità assoluta nel panorama dietoterapico ed in particolare resta innovativo il loro utilizzo come “terapie dietetiche” per contrastare l’obesità e il diabete. 

Pertanto questo tipo di approccio con tutto il corredo dell’azione della chetosi merita una ulteriore e più approfondita attenzione scientifica, ma mai una superficiale condanna aprioristica.

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