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Un’analisi su oltre 64.000 adulti di quattro Paesi, pubblicata a metà ottobre su The Lancet Healthy Longevity, collega la perdita dell’udito a un rischio di morte più alto e l’uso dell’apparecchio acustico a un rischio un po’ più basso. Il titolo che corre online è “l’apparecchio allunga la vita”. Le cose sono più interessanti di così.

In breve. Sentire male si associa, in modo coerente tra studi diversi, a una mortalità più alta, e il legame cresce con la gravità del calo. Chi usa l’apparecchio mostra un rischio leggermente inferiore, ma si tratta di dati osservazionali: non dimostrano che sia l’apparecchio a proteggere. Ciò che invece è solido è che l’ipoacusia è frequente dopo i 60 anni, spesso trascurata e facile da misurare. Farsi controllare l’udito è una delle poche “mosse di longevità” a basso costo e senza effetti collaterali.

Un problema enorme e poco considerato

Quando si parla di longevità si pensa a cuore, muscoli, glicemia, al massimo al cervello. L’orecchio raramente entra nella lista. Eppure i numeri sono imponenti: secondo la scheda dell’Organizzazione Mondiale della Sanità aggiornata a marzo 2026, circa 430 milioni di persone nel mondo hanno una perdita uditiva “disabilitante”, tale da richiedere una riabilitazione, e oltre un quarto delle persone sopra i 60 anni ne è colpito. Per il 2050 l’OMS stima che quasi 2,5 miliardi di persone avranno un qualche grado di calo dell’udito e più di 700 milioni una forma disabilitante.

Il calo legato all’età arriva piano, di solito sulle frequenze acute, quelle che servono a distinguere le consonanti. Non si diventa sordi da un giorno all’altro: si comincia a chiedere di ripetere, ad alzare il volume della televisione, a evitare il ristorante affollato perché “tanto non si capisce niente”. È proprio questa lentezza a renderlo facile da ignorare, e il motivo per cui chi ce l’ha spesso se ne accorge per ultimo.

Sull’udito come fattore di rischio per il declino cognitivo ci eravamo già soffermati parlando delle demenze in aumento entro il 2050. La novità di queste settimane riguarda un esito ancora più netto: la mortalità.

Cosa ha trovato il nuovo studio

Il lavoro, coordinato da Chuan-Ming Li dell’istituto statunitense per la sordità e i disturbi della comunicazione (NIDCD) e pubblicato online il 13 ottobre 2026 su The Lancet Healthy Longevity, è una meta-analisi “su dati individuali”: invece di mettere insieme i risultati già pubblicati, i ricercatori hanno rianalizzato i dati di ogni singolo partecipante di tre grandi studi di popolazione, in Australia (Blue Mountains), Islanda (AGES-Reykjavik) e Stati Uniti (NHANES). In tutto 13.851 adulti, età media intorno ai 62 anni, con l’udito misurato in modo oggettivo con l’esame audiometrico e non con un questionario. I risultati sono stati poi verificati in un quarto studio, norvegese, su 50.277 adulti.

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Rispetto a chi sentiva normalmente, nel periodo osservato il rischio di morte per qualsiasi causa era più alto del 19% in chi aveva un calo lieve, del 55% con un calo moderato e del 56% con un calo moderatamente grave o peggiore. Anche la mortalità cardiovascolare risultava più alta in tutte le categorie, con un aumento compreso tra il 18% e il 43% a seconda della gravità. Lo studio norvegese è andato nella stessa direzione.

Poi c’è il dato che ha fatto notizia. Tra le persone con ipoacusia, chi usava l’apparecchio acustico aveva un rischio di morte per qualsiasi causa più basso del 9% e un rischio di morte cardiovascolare più basso del 15% rispetto a chi non lo usava. Sono differenze relative, non anni di vita guadagnati, e gli intervalli di confidenza sfiorano il valore che indica “nessun effetto”: il limite superiore è 0,99 in entrambi i casi. Gli stessi autori, nelle conclusioni, chiedono nuove ricerche sul rapporto tra apparecchi, riabilitazione uditiva e aspettativa di vita, senza parlare di un effetto dimostrato.

Il risultato non arriva dal nulla. Già nel gennaio 2024 un gruppo della University of Southern California aveva analizzato i dati NHANES di quasi 10.000 adulti statunitensi: nello studio di Choi e colleghi, sempre su The Lancet Healthy Longevity, tra i 1.863 partecipanti con ipoacusia chi portava l’apparecchio regolarmente aveva un rischio di morte inferiore del 24% rispetto a chi non l’aveva mai usato, mentre chi lo usava di rado non mostrava differenze (sintesi su ScienceDaily). Un dettaglio che conta: se un beneficio esiste, sembra legato all’uso effettivo, non al possesso dell’apparecchio nel cassetto.

Perché un orecchio dovrebbe c’entrare con la sopravvivenza

Le ipotesi sono tre, e probabilmente non si escludono a vicenda.

  • L’isolamento. Chi fatica a seguire una conversazione tende a ritirarsi: meno cene, meno telefonate, meno uscite.
  • Il carico sul cervello. Capire parole che arrivano “sporche” richiede uno sforzo continuo. Secondo una delle ipotesi più discusse, questo sforzo sottrae risorse ad altre funzioni cognitive e, nel tempo, può contribuire al declino.
  • Il segnale, non la causa. L’orecchio interno è irrorato da vasi sottilissimi. Un udito che cala potrebbe essere in parte la spia di problemi vascolari, infiammatori o di un invecchiamento generale più rapido: in questo caso l’ipoacusia accompagnerebbe il rischio, senza esserne la causa.

Il fatto che anche la mortalità cardiovascolare risulti più alta è compatibile soprattutto con la terza ipotesi, ma non la dimostra. Con i dati attuali non è possibile stabilire quanta parte del legame dipenda da ciascun meccanismo.

I limiti delle prove: chi porta l’apparecchio è diverso

Il punto debole di tutti questi studi è lo stesso: sono osservazionali. Nessuno ha assegnato a caso l’apparecchio a metà dei partecipanti. E chi sceglie di farsi controllare l’udito, di acquistare un apparecchio e di indossarlo ogni giorno tende ad avere più reddito, un accesso migliore alle cure, più attenzione alla propria salute, una vita sociale più attiva. Tutti fattori che di per sé si associano a vivere più a lungo. I ricercatori correggono le analisi per età, sesso, istruzione, fumo, peso, diabete, malattie cardiovascolari e altro, ma nessuna correzione statistica cancella del tutto questa differenza di partenza.

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C’è poi un problema di misura. “Usa l’apparecchio” è un’informazione grossolana: non dice quante ore al giorno, da quanti anni, con quale beneficio percepito. E l’udito è stato misurato una volta sola, all’inizio, mentre nel tempo cambia.

L’unica prova sperimentale vera viene dal fronte cognitivo, ed è istruttiva proprio perché meno brillante dei titoli. Lo studio ACHIEVE, pubblicato su The Lancet nel luglio 2023, ha assegnato a caso 977 persone tra i 70 e gli 84 anni con ipoacusia non trattata a ricevere per tre anni apparecchi acustici e supporto di un audiologo oppure un programma di educazione sanitaria. Sull’insieme dei partecipanti il declino cognitivo non è stato rallentato: il risultato principale è negativo. Solo in un sottogruppo di 238 persone più a rischio, provenienti da uno studio cardiovascolare di lunga durata, il declino è risultato più lento del 48% (comunicato dell’Università della North Carolina). È un segnale da prendere sul serio, ma un sottogruppo non basta per dire che l’apparecchio protegge il cervello di tutti.

Cosa resta incerto (e cosa invece no)

Resta aperta la domanda che interessa di più: correggere l’udito allunga la vita? Per rispondere servirebbero studi randomizzati con esiti di mortalità, lunghi e costosi, oppure analisi con misure ripetute dell’udito e dell’uso reale degli apparecchi. Per ora non ci sono. Non sappiamo nemmeno se contino di più l’età in cui si interviene, il tipo di apparecchio o la costanza d’uso, anche se il dato di Choi sull’uso regolare suggerisce che quest’ultima abbia un peso.

Ciò che invece è consolidato basta a giustificare l’attenzione. La Commissione Lancet sulle demenze, nel rapporto dell’agosto 2024, colloca la perdita dell’udito tra i 14 fattori di rischio modificabili e le attribuisce circa il 7% dei casi potenzialmente prevenibili. L’ipoacusia peggiora la qualità della vita, la comunicazione in famiglia, la sicurezza in strada. Sono buone ragioni per occuparsene anche senza la promessa di qualche anno in più: e, del resto, la longevità che conta è quella vissuta in salute, non solo quella misurata in candeline.

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Da evitare, invece, il salto logico opposto: leggere questi dati come “senza apparecchio si muore prima”. Il rischio aggiuntivo è una differenza media su grandi popolazioni, non una condanna individuale.

Cosa puoi fare

  • Fai controllare l’udito, soprattutto dopo i 60 anni o se chi ti sta intorno nota che alzi il volume o chiedi spesso di ripetere. L’OMS raccomanda lo screening per gli adulti più anziani e per chi è esposto a rumore. Il medico di famiglia può indirizzarti all’esame audiometrico.
  • Non aspettare che il problema sia grave. L’associazione con la mortalità compare già con un calo lieve, e l’OMS insiste sull’intervento il più precoce possibile.
  • Se ti viene prescritto un apparecchio, usalo davvero. I dati disponibili suggeriscono che conti l’uso regolare. Abituarsi richiede qualche settimana e spesso qualche regolazione: vale la pena tornare dall’audioprotesista invece di riporlo nel cassetto.
  • Proteggi le orecchie dal rumore, al lavoro, con gli attrezzi da giardino, ai concerti e con le cuffie. Il danno da rumore si somma a quello dell’età e in genere è permanente.
  • Coltiva le relazioni. Se un ambiente rumoroso ti stanca, scegli luoghi più tranquilli o tavoli meno affollati invece di rinunciare alle occasioni sociali. Muoversi con gli altri aiuta due volte: per i legami e per la forma fisica.

Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce il parere del medico. Foto di Tatiana Zanon su Unsplash.

Fonti

  1. Li CM, Hoffman HJ, Engdahl B et al. Hearing loss, hearing-aid use, and mortality risk: individual participant data meta-analysis. The Lancet Healthy Longevity, online 13 ottobre 2026. doi:10.1016/j.lanhl.2026.100903
  2. Choi JS et al. Association between hearing aid use and mortality in adults with hearing loss in the USA. The Lancet Healthy Longevity, gennaio 2024. doi:10.1016/S2666-7568(23)00232-5
  3. Lin FR et al. Hearing intervention versus health education control to reduce cognitive decline in older adults with hearing loss (ACHIEVE). The Lancet, 2023. PubMed 37478886
  4. Livingston G et al. Dementia prevention, intervention, and care: 2024 report of the Lancet standing Commission. The Lancet, agosto 2024. doi:10.1016/S0140-6736(24)01296-0
  5. Organizzazione Mondiale della Sanità. Deafness and hearing loss, scheda aggiornata a marzo 2026. who.int
  6. ScienceDaily, sintesi dello studio di Choi e colleghi sull’uso degli apparecchi acustici, 4 gennaio 2024. sciencedaily.com
  7. UNC Gillings School of Global Public Health, comunicato sui risultati dello studio ACHIEVE, luglio 2023. sph.unc.edu
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