In questi giorni torna a circolare uno studio dell’Università delle Hawaii: i batteri dell’intestino spiegherebbero circa il 15% delle differenze nella velocità con cui invecchiamo. Il dato è reale, ma va letto con attenzione: misura un’associazione, non una causa.
In breve. Tra 123 adulti, la composizione del microbiota intestinale risulta legata a un indicatore del sangue che stima il ritmo dell’invecchiamento biologico. È un indizio interessante, coerente con altri studi su anziani e centenari, ma non dimostra che i batteri accelerino o rallentino l’invecchiamento: potrebbero esserne lo specchio. Nessun probiotico o test delle feci, oggi, permette di “regolare” la propria età biologica. Quello che ha prove più solide resta un’alimentazione varia e ricca di vegetali, che fa bene all’intestino e a molto altro.
Il fatto: un orologio nel sangue, i batteri nelle feci
Lo studio, firmato da Braden Kunihiro, Alika Maunakea e colleghi dell’Università delle Hawaii a Mānoa, è uscito su Scientific Reports nel luglio 2026 ed è stato rilanciato a fine ottobre da ScienceDaily. I ricercatori hanno analizzato campioni di feci e di sangue di 123 adulti di età diverse, includendo un gruppo di persone native hawaiane e delle isole del Pacifico, popolazioni quasi assenti dalla ricerca su microbiota e invecchiamento (comunicato dell’Università delle Hawaii, luglio 2026; studio su Scientific Reports, 2026).
Dal sangue hanno ricavato DunedinPACE, un indicatore basato sulla metilazione del DNA, cioè su piccole “etichette” chimiche che regolano l’attività dei geni. Non stima quanti anni “biologici” abbiamo, ma a che velocità stiamo invecchiando. Dalle feci hanno ricavato la composizione delle comunità batteriche. Il risultato principale: le differenze nel microbiota spiegano circa il 15% delle differenze nel ritmo d’invecchiamento tra i partecipanti, anche tenendo conto dell’età anagrafica.
Due nomi spiccano. Bifidobacterium adolescentis è tra i batteri più associati a un invecchiamento più lento; Succinivibrio dextrinosolvens tra quelli associati a un ritmo più veloce. Gli stessi autori, nel comunicato, sottolineano che il lavoro non prova che l’una cosa causi l’altra.
Che cosa misura davvero DunedinPACE
Per capire il peso della notizia bisogna capire lo strumento. DunedinPACE è stato messo a punto dal gruppo di Daniel Belsky sulla coorte di Dunedin, in Nuova Zelanda: persone nate nel 1972-73 e seguite per decenni, di cui sono stati misurati 19 indicatori del funzionamento di vari organi. L’algoritmo cerca nel DNA del sangue la “firma” di chi peggiorava più in fretta. Nello studio di validazione, pubblicato su eLife nel gennaio 2022, l’indicatore risultava associato a malattie, disabilità e mortalità, con un’affidabilità alta tra misure ripetute (Belsky e coll., eLife, 2022).
È uno degli orologi epigenetici più seri, ma resta una stima statistica, utile per confrontare gruppi più che per giudicare il singolo. Ne abbiamo parlato in modo più ampio nell’articolo su cosa misurano davvero gli orologi dell’invecchiamento. Va anche ricordato che alcuni autori di DunedinPACE risultano inventori di un brevetto dato in licenza a un’azienda: un conflitto d’interessi dichiarato, che non invalida lo strumento ma invita a non trattarlo come un oracolo.
Cosa dicono gli altri studi sull’uomo
Lo studio hawaiano non nasce nel vuoto. Il legame tra intestino e invecchiamento è stato esplorato da anni, anche in Italia.
- I centenari di Bologna. Un gruppo dell’Università di Bologna ha confrontato il microbiota di adulti, anziani, centenari e semi-supercentenari (105-109 anni). Con l’età calano i batteri “storici” dominanti e aumentano specie minori; nei più longevi risultano più frequenti gruppi associati alla salute come Akkermansia, Bifidobacterium e Christensenellaceae (Biagi e coll., Current Biology, 2016). Studio osservazionale: fotografa, non spiega.
- Un microbiota che diventa “personale”. Su oltre 9.000 persone di tre coorti statunitensi, il microbiota diventa più unico con l’età a partire dalla mezza età. Tra gli uomini di 85 anni e più che vivevano in casa propria, in circa 4 anni di osservazione un microbiota più unico si associava a una mortalità più bassa, e un’alta quota di Bacteroides a una mortalità più alta (Wilmanski e coll., Nature Metabolism, febbraio 2021). Ma questo sottogruppo contava 256 uomini e 41 decessi, e nel gruppo più ampio le associazioni erano deboli o assenti.
- La prova con la dieta mediterranea. Nel progetto europeo NU-AGE, persone tra 65 e 79 anni di cinque Paesi, Italia compresa, sono state assegnate a caso a un anno di dieta mediterranea o al controllo. Su 612 partecipanti con dati sul microbiota, chi aderiva di più alla dieta mostrava più batteri come Faecalibacterium prausnitzii e Roseburia, a loro volta associati a minore infiammazione, presa più forte, passo più rapido e migliori punteggi cognitivi (Ghosh e coll., Gut, febbraio 2020). Gli autori però non hanno trovato un legame diretto tra aderenza alla dieta e fragilità.
Il quadro che emerge è coerente: nelle persone che invecchiano meglio il microbiota tende ad avere certe caratteristiche, e la dieta le influenza. Ma ogni tassello è osservazionale, oppure, nel caso di NU-AGE, è un esperimento sulla dieta in cui il microbiota è stato analizzato a posteriori.
Il caso Bifidobacterium: attenzione ai vermi
Il nome di Bifidobacterium adolescentis non è nuovo a chi segue la ricerca. Nel 2021 un gruppo dell’Università di Zhejiang ha mostrato che somministrarlo allungava la vita di moscerini e vermi nematodi, e migliorava ossa e neuroni in topi con invecchiamento precoce, senza però misurarne la durata della vita (Chen e coll., Nature Aging, 2021). Sull’uomo, lo stesso lavoro si limitava a osservare in 166 campioni di feci che questo batterio diminuisce con l’età.
È esattamente il tipo di risultato che il marketing ama trasformare in un prodotto. Ma un moscerino che vive di più non è una persona che invecchia meglio: ad oggi non ci sono prove sull’uomo che assumere questo batterio rallenti l’invecchiamento. Lo studio hawaiano aggiunge un’associazione nelle persone, non una dimostrazione.
I limiti delle prove
Prima di cambiare la spesa o comprare un test, conviene mettere in fila i limiti.
- Causa o conseguenza? Chi invecchia più in fretta può avere più infiammazione, prendere più farmaci, mangiare diversamente o muoversi meno: tutte cose che cambiano il microbiota. I batteri potrebbero essere un indicatore, non il motore.
- Numeri piccoli. 123 persone bastano per generare ipotesi, non per tracciare regole. Il 15% di variabilità spiegata va confermato in gruppi più ampi e diversi.
- Una foto, non un film. Lo studio misura feci e sangue in un solo momento. Non sappiamo se chi cambia microbiota cambi anche il ritmo dell’invecchiamento.
- Un microbiota è personale. Variare molto da persona a persona è la regola, come ricordano gli stessi autori di NU-AGE: per questo i segnali sono deboli e alcune associazioni reggono solo con soglie statistiche meno severe.
Cosa resta incerto
Restano aperte le domande che contano di più. Modificare il microbiota, con la dieta o con altri mezzi, cambia davvero il ritmo dell’invecchiamento misurato da indicatori come DunedinPACE? E, soprattutto, cambia gli esiti concreti, cioè malattie, autonomia e anni vissuti in salute? Gli autori dello studio hawaiano lo indicano come il passo successivo. Servono studi controllati, più lunghi e su popolazioni diverse, comprese le donne, spesso poco rappresentate: la coorte statunitense di anziani usata da Wilmanski, per esempio, era composta solo da uomini.
Fino ad allora, i test delle feci venduti con la promessa di dire “quanto stai invecchiando” vanno presi per quello che sono: misure che la scienza sta ancora imparando a interpretare.
Cosa puoi fare
- Punta sulla varietà a tavola: verdura, frutta, legumi, cereali integrali, frutta secca e olio d’oliva sono il cuore della dieta mediterranea, l’unico intervento alimentare che in NU-AGE è stato collegato a un microbiota “favorevole” negli anziani. Sul ruolo delle fibre trovi un approfondimento nel nostro articolo sul fibermaxxing.
- Se ti piacciono, i cibi fermentati possono far parte di una dieta varia; su cosa dicono gli studi, vedi il pezzo su kefir, kombucha e fermentati.
- Diffida di integratori e test che promettono di misurare o correggere la tua età biologica attraverso l’intestino: le prove sull’uomo non ci sono ancora.
- Non dimenticare il resto: movimento, sonno e relazioni influenzano l’invecchiamento con prove molto più solide di qualsiasi batterio.
- Antibiotici e altri farmaci cambiano il microbiota, ma vanno sempre presi o sospesi solo secondo le indicazioni del medico.
Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce il parere del medico. Foto di Riccardo Ginevri su Unsplash.
Fonti
- Kunihiro B.P. e coll., studio su microbiota intestinale e DunedinPACE, Scientific Reports, 2026
- University of Hawaiʻi News, Gut bacteria tied to biological aging, 22 luglio 2026
- ScienceDaily, ottobre 2026
- Belsky D.W. e coll., DunedinPACE, a DNA methylation biomarker of the pace of aging, eLife, 2022
- Biagi E. e coll., Gut Microbiota and Extreme Longevity, Current Biology, 2016
- Wilmanski T. e coll., Gut microbiome pattern reflects healthy ageing and predicts survival in humans, Nature Metabolism, 2021
- Ghosh T.S. e coll., Mediterranean diet intervention alters the gut microbiome in older people (NU-AGE), Gut, 2020
- Chen S. e coll., Bifidobacterium adolescentis improves healthspan and lifespan in multiple species, Nature Aging, 2021