Bambini che mangiano più cibi ultraprocessati, un cervello che si «accende» di più davanti a biscotti e patatine e qualche centimetro di girovita in più dopo un anno. Lo studio della University of Southern California sta facendo il giro dei siti. Vediamo che cosa ha misurato davvero, e che cosa no.
Cosa ha fatto lo studio
La ricerca è stata pubblicata a fine ottobre su JAMA Network Open (Alves e colleghi, 2026) e presentata dall’università con un comunicato rilanciato il 3 novembre. I ricercatori hanno seguito per circa un anno 46 bambini tra i 7 e i 10 anni, tutti di peso normale all’inizio, che fanno parte di una coorte californiana chiamata BrainChild. In partenza i bambini arruolati erano 244: solo 46 avevano tutti i dati necessari, a entrambe le visite.
L’alimentazione è stata ricostruita con due interviste sulle 24 ore precedenti, e ogni cibo è stato classificato con il sistema NOVA, quello che definisce gli «ultraprocessati». Il dato che colpisce è già qui: in media il 67,7% delle calorie di questi bambini veniva da prodotti ultraprocessati. Poi la risonanza magnetica funzionale: ai bambini, dopo una bevanda zuccherata, venivano mostrate foto di cibi (biscotti, patatine fritte) alternate a foto di oggetti neutri, come una matita o una panchina, misurando la risposta dello striato, una zona del cervello legata alla ricompensa e alle abitudini.
Cosa ha trovato
Secondo lo studio, chi mangiava una quota maggiore di ultraprocessati mostrava una risposta più forte davanti alle immagini di cibo nello striato dorsale, mentre nello striato ventrale la differenza non era significativa. A sua volta, una risposta più forte dello striato dorsale si associava a un aumento maggiore dell’indice di massa corporea e della percentuale di grasso corporeo a un anno di distanza.
Il legame diretto fra ultraprocessati e girovita era chiaro; quello con l’indice di massa corporea e con il grasso corporeo era invece al limite della significatività statistica (p tra 0,05 e 0,06), tanto che gli autori parlano di stime «positive». Quando nei calcoli si teneva conto della risposta cerebrale, l’associazione fra ultraprocessati e aumento dell’indice di massa corporea si riduceva del 31% e quella con il grasso corporeo del 44%. È il dato da cui nasce il titolo «il cervello spiega il chilo in più». Ma gli stessi autori precisano che non hanno potuto fare una vera analisi di mediazione, per via del campione troppo piccolo.
I limiti, che non sono pochi
Il primo lo scrivono i ricercatori stessi nel comunicato: lo studio è osservazionale e non può dire se siano gli ultraprocessati a modificare la risposta del cervello e il peso. Potrebbe anche essere il contrario: bambini più sensibili al richiamo del cibo potrebbero cercare di più merendine e snack.
Poi ci sono i numeri: 46 bambini sono pochi per tirare conclusioni, e la perdita di quasi 200 partecipanti per strada può introdurre distorsioni. La dieta ricostruita con due interviste dipende dalla memoria di genitori e figli. La risonanza è stata fatta una sola volta, e il campione era fatto di bambini californiani di peso normale, selezionati anche in base al fatto che la madre avesse avuto o no il diabete in gravidanza: non è detto che i risultati valgano per un bambino italiano.
Cosa sapevamo già sugli ultraprocessati
Lo studio USC si inserisce in un quadro che esiste da anni. L’esperimento più citato è quello di Kevin Hall, pubblicato su Cell Metabolism nel 2019: 20 adulti ricoverati in un centro di ricerca hanno mangiato a volontà per due settimane una dieta ultraprocessata e per due settimane una dieta non processata. Con gli ultraprocessati hanno assunto in media 508 calorie in più al giorno e preso 0,9 chili, contro 0,9 chili persi con l’altra dieta. Era un vero esperimento controllato, ma su adulti, con pochi partecipanti e per poco tempo.
Sul piano degli studi di popolazione, la revisione «a ombrello» di Lane e colleghi sul BMJ nel 2024 ha raccolto 45 analisi aggregate, per quasi 10 milioni di persone: associazioni dirette con 32 dei 45 parametri di salute considerati. Le prove giudicate più solide riguardavano mortalità cardiovascolare, diabete di tipo 2, ansia e disturbi mentali comuni, ma per tre di questi quattro esiti la qualità delle prove, secondo il sistema GRADE, era bassa o molto bassa. Ne avevamo parlato anche nell’articolo sui cibi «ultraformulati» e in quello sul «rumore del cibo» nella testa, che tocca proprio il tema del richiamo dei cibi.
Consigli pratici per le famiglie
- Più che dare la caccia al singolo additivo, conviene guardare quante volte al giorno compaiono prodotti pronti, confezionati e pensati per essere mangiati in fretta.
- Per le merende funzionano le cose semplici: frutta, yogurt bianco, pane con olio o pomodoro, un pugno di frutta secca.
- Ai pasti, l’acqua al posto delle bevande zuccherate è il cambio con il miglior rapporto fra fatica e risultato.
- I divieti assoluti tendono a rendere il cibo proibito ancora più desiderabile: meglio decidere insieme quando e quanto.
- Cucinare con i bambini e portare in tavola verdure, legumi e cereali integrali aiuta anche con le fibre, di cui abbiamo parlato nell’articolo sul fibermaxxing.
- Evitate di commentare il corpo o il peso del bambino: l’attenzione va sulle abitudini di tutta la famiglia.
Quando parlarne con il pediatra
Conviene chiedere un parere al pediatra se il peso del bambino cresce più in fretta della sua curva di crescita, se il bambino sembra non sentirsi mai sazio, se mangia di nascosto o se a tavola ci sono spesso tensioni. Lo stesso vale se in famiglia ci sono casi di diabete di tipo 2 o di obesità. Lo studio USC non cambia le indicazioni pratiche: aggiunge un indizio, ancora da confermare, su come gli ultraprocessati potrebbero agire.
Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere del medico. Foto di copertina: Bermix Studio su Unsplash.