Il titolo gira da giorni: l’intelligenza artificiale avrebbe scoperto un «Ozempic naturale», senza nausea. La scoperta è vera e interessante. Ma è stata pubblicata più di un anno fa, riguarda topi e maiali, e nessuno sa ancora se funzioni sulle persone.
Da dove arriva la notizia
Il 4 novembre ScienceDaily ha ripubblicato un comunicato della Stanford Medicine con un titolo irresistibile: un «Ozempic naturale» trovato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Lo studio citato, però, non è nuovo: è quello di Laetitia Coassolo, Katrin Svensson e colleghi, uscito su Nature nel 2025. ScienceDaily ne aveva già scritto in primavera e in estate. Niente di male nel riparlarne, purché si dica che cosa c’è e che cosa manca.
L’idea dei ricercatori è ingegnosa. Molti ormoni nascono come proteine più lunghe, i «pro-ormoni», che alcuni enzimi tagliano in pezzi più piccoli e attivi. È così che nasce anche il GLP-1, l’ormone imitato da semaglutide e tirzepatide. Il gruppo di Stanford ha addestrato un algoritmo, chiamato Peptide Predictor, a prevedere dove questi enzimi tagliano, e ha così mappato più di 2.600 frammenti umani mai studiati prima.
Cos’è il BRP
Tra quei frammenti è emerso un piccolo peptide di 12 aminoacidi, chiamato BRP perché deriva da una proteina che si chiama BRINP2. Secondo il comunicato, in neuroni coltivati in laboratorio il GLP-1 triplicava l’attività delle cellule rispetto ai controlli, mentre il BRP la aumentava di dieci volte.
Va chiarita subito una cosa: «naturale» qui significa soltanto che il nostro organismo produce questo frammento. Non è un’erba, non è un integratore e non si trova nel cibo. Negli esperimenti veniva iniettato a dosi farmacologiche. E del resto anche il GLP-1 è un ormone «naturale»: i farmaci che lo imitano sono molecole modificate in laboratorio per durare di più nel sangue.
Cosa dicono gli esperimenti
Gli esperimenti sono stati fatti su topi e su maialini. Secondo Stanford, una singola iniezione prima del pasto riduceva fino al 50% il cibo consumato nell’ora successiva. In topi obesi trattati ogni giorno per 14 giorni, gli animali hanno perso in media 3 grammi, mentre i topi non trattati ne hanno presi circa 3, e il peso perso era quasi tutto grasso.
L’abstract dello studio su Nature aggiunge due elementi che spiegano l’interesse: negli animali il BRP non ha provocato segni di nausea o di avversione, e agisce indipendentemente dalla leptina, dal recettore del GLP-1 e dal recettore MC4R. In pratica, sembra usare una strada diversa da quella dei farmaci di cui si parla oggi.
I limiti, cioè quasi tutto il resto
- Nessun dato sull’uomo. Il comunicato stesso ammette che non si sa se le persone avrebbero benefici simili.
- Tempi brevissimi. Due settimane di trattamento nei topi non dicono nulla su effetti a lungo termine, ripresa del peso o sicurezza.
- Nausea difficile da misurare. Secondo i ricercatori, gli esperimenti sugli animali non possono stabilire del tutto se il BRP eviterebbe la nausea nelle persone.
- Meccanismo incompleto. Il recettore su cui agisce il BRP non è ancora stato identificato.
- Conflitti d’interesse. Svensson e Coassolo risultano inventori di brevetti sull’uso dei peptidi BRP, Svensson è cofondatrice di Merrifield Therapeutics e, secondo il comunicato, ha fondato una società per portare il BRP verso gli studi clinici.
Per avere un metro di paragone: semaglutide è arrivata in farmacia per l’obesità dopo studi come STEP 1, pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2021 (Wilding e colleghi), su 1.961 adulti seguiti per 68 settimane, con un calo medio di peso del 14,9% contro il 2,4% del placebo. Il BRP deve ancora cominciare questa strada, e molte molecole promettenti negli animali si fermano lungo il percorso.
Cosa fare nel frattempo
Il consiglio più utile è anche il più semplice: non cercate il BRP online. Peptidi venduti «per la ricerca» o come alternative «naturali» ai farmaci non hanno alcuna garanzia su contenuto, dosaggio e sicurezza, come abbiamo raccontato nel caso del retatrutide del mercato grigio. E nessun integratore contiene il BRP.
Chi oggi vuole capire quali farmaci per l’obesità esistono davvero può partire dalle differenze tra semaglutide e tirzepatide o dalla pillola orforglipron, appena promossa dal comitato dell’EMA. Per tutti gli altri, le basi non cambiano: proteine sufficienti, fibre, movimento e sonno restano il terreno su cui qualsiasi farmaco funziona meglio.
Chi deve parlarne con il medico
Chi ha obesità o sovrappeso con malattie associate e pensa a un farmaco dovrebbe parlarne con il medico, che può valutare le opzioni approvate e i loro effetti indesiderati. Lo stesso vale per chi sta già usando un farmaco GLP-1 e, leggendo di «alternative senza nausea», pensa di sospenderlo: interrompere la terapia senza un piano espone alla ripresa del peso, come spiegato nell’articolo su cosa succede quando si smette.
Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere del medico. Foto di copertina: Louis Reed su Unsplash.