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Due manciate di arachidi al giorno e il cervello degli over 60 risponde meglio all’insulina: così rimbalza in questi giorni uno studio olandese. Il risultato è interessante, ma riguarda 31 persone e una misura di laboratorio. Ecco cosa c’è davvero dentro, e cosa no.

Lo studio: 60 grammi di arachidi per 16 settimane

Il lavoro viene dall’Università di Maastricht (istituto NUTRIM) ed è uscito sulla rivista Food & Function (Kerkhof, Mensink, Plat, Nijssen, Joris, Food & Function, 2026). I ricercatori hanno arruolato 31 adulti sani tra i 60 e i 75 anni e li hanno fatti passare per due fasi da 16 settimane ciascuna: in una mangiavano ogni giorno 60 grammi di arachidi tostate con la pellicina e senza sale, in bustine già pesate; nell’altra non ne mangiavano affatto. L’ordine delle due fasi era deciso a sorte, così ognuno faceva da controllo a se stesso: è il disegno chiamato crossover.

Per misurare la risposta del cervello all’insulina hanno usato una tecnica di risonanza magnetica (arterial spin labeling) che segue i cambiamenti del flusso di sangue nelle diverse aree cerebrali dopo una dose di insulina spruzzata nel naso. Dopo il periodo con le arachidi la risposta era migliore in alcune zone dell’emisfero destro coinvolte nella memoria, tra cui l’ippocampo, il giro paraippocampale, il giro linguale e il cingolo posteriore.

Il precedente: flusso cerebrale e memoria verbale

Gli stessi partecipanti erano già stati al centro di un’altra pubblicazione, con numeri più concreti (Kerkhof e colleghi, Clinical Nutrition, 2025). Rispetto al periodo senza arachidi, il flusso di sangue cerebrale complessivo era più alto del 3,6%, la pressione sistolica più bassa di 5 mmHg e in un test di memoria verbale (ricordare parole a distanza di tempo) i partecipanti ne ricordavano in media 1,4 in più, pari a un +5,8%. Tra le due fasi c’era una pausa di 8 settimane e l’adesione è stata quasi totale.

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Il dettaglio che si legge meno nei titoli: nello stesso studio non è cambiato nulla nei test di funzione esecutiva e di velocità psicomotoria. E il guadagno sulla memoria ha un intervallo di confidenza che parte da zero, cioè sta proprio al limite della significatività statistica.

Il gruppo di Maastricht aveva già ottenuto un risultato simile con la frutta secca mista: 28 adulti tra 60 e 70 anni, in sovrappeso o con obesità, avevano mangiato 60 grammi al giorno di noci, pistacchi, anacardi e nocciole per 16 settimane. La sensibilità all’insulina del cervello era migliorata in alcune aree frontali e occipitali, mentre quella del resto del corpo non era cambiata e il peso era rimasto stabile (Nijssen e colleghi, American Journal of Clinical Nutrition, 2024).

I limiti: pochi partecipanti, nessuna demenza evitata

  • Numeri piccoli. 31 persone sane bastano per vedere un segnale, non per dire che vale per tutti, né per chi ha già problemi di memoria.
  • Misure intermedie. Flusso di sangue e risposta all’insulina in risonanza sono indicatori biologici: non sappiamo ancora quanto si traducano in una memoria migliore nella vita di tutti i giorni. Gli stessi autori, come riporta Euronews, precisano di non aver dimostrato che le arachidi prevengano il declino cognitivo o la demenza.
  • Nessun “placebo” possibile. Chi mangia arachidi lo sa: lo studio è in singolo cieco, ma i partecipanti non potevano ignorare in quale fase si trovavano.
  • Chi paga. Lo studio è finanziato dalla Peanut Institute Foundation, legata ai produttori di arachidi, che ha diffuso anche il comunicato stampa. Gli autori dichiarano che il finanziatore non ha avuto alcun ruolo nel disegno, nell’analisi e nella scrittura, e che non ci sono conflitti d’interesse: è giusto saperlo, non è un motivo per buttare via i dati.
  • Quale ingrediente? Grassi insaturi, fibre, proteine vegetali, arginina: le ipotesi sul perché sono tante, ma restano ipotesi.
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Succede qualcosa di simile con gli omega-3: arrivano al cervello, ma in uno studio di due anni non hanno migliorato la memoria, come abbiamo raccontato in questo articolo. Un effetto biologico misurabile non è ancora un beneficio clinico.

Cosa farne a tavola

  • Scegliere bene il tipo. Nello studio erano arachidi tostate, con pellicina e senza sale: non quelle salate da aperitivo, glassate al miele o fritte.
  • Sostituire, non aggiungere. Arachidi e frutta secca sono molto caloriche: ha senso usarle al posto di snack confezionati o dolci, non sopra a tutto il resto. Nello studio sulla frutta secca mista il peso non era aumentato, ma i partecipanti erano seguiti con indicazioni dietetiche precise.
  • Due porzioni sono già tante. I 60 grammi dello studio corrispondono a circa due porzioni: per chi è a dieta, anche una manciata può bastare a portare grassi buoni e fibre (sulle fibre, vedi il nostro pezzo sul fibermaxxing).
  • Il quadro conta più del singolo cibo. Per il cervello che invecchia, i fattori su cui gli studi sono più solidi restano pressione, glicemia, movimento e fumo, come spiegato nel nostro articolo sulle demenze in aumento.

Chi deve parlarne con il medico

Chi ha un’allergia alle arachidi, ovviamente, o sospetta di averla. Chi segue una dieta controllata in calorie, sale o grassi per una malattia e vuole inserire la frutta secca in modo regolare. E soprattutto chi nota problemi di memoria, in sé o in un familiare: è un motivo per farsi visitare, non per cambiare spuntino.

Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere del medico. Foto di copertina: Colin Walsh su Unsplash.

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