Il 23 ottobre JAMA Network Open ha pubblicato uno studio su oltre 4.000 britannici di circa 69 anni: chi camminava più svelto, sia al test in ambulatorio sia nella vita di tutti i giorni, è morto meno spesso nei dodici anni successivi. Nei giorni scorsi la notizia ha fatto il giro dei giornali con un titolo ricorrente: dimmi come cammini e ti dirò quanto vivrai.
In breve. Lo studio è solido ma osservazionale: conferma, con un braccialetto al polso, ciò che la geriatria sa da almeno quindici anni, cioè che il passo lento è un segnale di salute fragile. Non dimostra che accelerare apposta allunghi la vita, e aggiunge pochissimo alla previsione del rischio rispetto ai fattori che il medico conosce già. Il passo funziona come un termometro, non come una leva. La leva, a quanto dicono gli esperimenti, resta l’attività fisica regolare, che negli anziani protegge soprattutto la capacità di muoversi da soli.
Il passo come segno vitale
Camminare sembra un gesto semplice, ma per farlo bene servono muscoli, articolazioni, cuore, polmoni, equilibrio, vista e un cervello che coordini tutto. Quando uno di questi sistemi perde colpi, il passo rallenta. Per questo da anni molti geriatri considerano la velocità del cammino una specie di sesto segno vitale, accanto a pressione, battito e temperatura.
Il lavoro di riferimento è un’analisi del 2011 pubblicata su JAMA che ha messo insieme nove studi di popolazione e 34.485 persone sopra i 65 anni, seguite per periodi compresi tra 6 e 21 anni (Studenski e colleghi, JAMA, gennaio 2011). La velocità del passo era associata alla sopravvivenza in tutti gli studi: ogni 0,1 metri al secondo in più corrispondeva a un rischio di morte più basso di circa il 12%, tenendo conto dell’età. Intorno a 0,8 metri al secondo si collocava l’aspettativa di vita mediana, mentre da 1 metro al secondo in su le persone vivevano più a lungo di quanto la sola età e il sesso avrebbero fatto prevedere.
Le differenze erano ampie soprattutto dopo i 75 anni. A quell’età, a seconda dell’andatura, la probabilità stimata di essere vivi dieci anni dopo andava dal 19% all’87% negli uomini e dal 35% al 91% nelle donne. Un dato che ricorda, ancora una volta, che le donne vivono in media più a lungo, ma che anche per loro la qualità del movimento fa la differenza tra anni vissuti in autonomia e anni di dipendenza: il tema degli anni in salute, distinti dagli anni di vita, lo abbiamo affrontato parlando del caso italiano.
Cosa ha misurato il nuovo studio
La novità dello studio di ottobre è il confronto tra due modi di misurare il passo (Haddadj e colleghi, JAMA Network Open, 23 ottobre 2026). I ricercatori hanno usato i dati di Whitehall II, una coorte storica di dipendenti pubblici britannici. Tra il 2012 e il 2013 i 4.067 partecipanti, con un’età media di 69 anni, hanno fatto un test classico: percorrere tre volte un tratto di 2,44 metri al loro passo abituale. Poi hanno indossato per nove giorni un accelerometro al polso, che ha registrato la cadenza, cioè il numero di passi al minuto mentre camminavano nella vita reale.
Il campione era in buona forma: velocità media al test di 1,2 metri al secondo, ben sopra la soglia di 0,8 che indica prestazioni fisiche scarse, e circa 9.500 passi al giorno. La cadenza mediana nella vita quotidiana era di circa 75 passi al minuto, quella dei momenti più sostenuti (il 95° percentile) di circa 112. Il follow-up mediano è stato di 11,8 anni, durante i quali sono morte 739 persone, il 18,2% del totale.
Il risultato, dopo aver corretto per età, sesso, istruzione, fumo, alcol, alimentazione, peso, pressione e malattie croniche, è coerente: a ogni deviazione standard in più di velocità al test corrispondeva un rischio di morte più basso del 23%; per la cadenza al polso la riduzione era del 17-18%. Espresso in unità più intuitive, ogni 0,1 metri al secondo in più al test si associava a un rischio inferiore del 10%, quasi lo stesso valore trovato nel 2011.
C’è poi un dettaglio interessante: la velocità al test e la cadenza nella vita reale erano correlate solo debolmente. In altre parole, chi cammina svelto quando sa di essere osservato non è per forza chi cammina svelto per andare al mercato. Le due misure sembrano cogliere aspetti in parte diversi, eppure ciascuna era associata alla mortalità anche indipendentemente dall’altra. Le donne erano solo un quarto del campione (1.043 su 4.067): le associazioni sono risultate simili a quelle degli uomini, ma con margini di incertezza più larghi.
Quanto aggiunge davvero: poco, e va detto
Qui il racconto giornalistico e quello scientifico si separano. Per capire se una misura serve a prevedere chi si ammalerà o morirà, i ricercatori usano un indice di discriminazione, il C-index, che va da 0,5 (come lanciare una moneta) a 1 (previsione perfetta). Un modello con i soli fattori di rischio tradizionali arrivava già a 0,742. Aggiungendo la velocità al test si saliva a 0,747; con la cadenza al polso a 0,744-0,745. Solo il test in ambulatorio ha migliorato la previsione in modo statisticamente significativo, e comunque di pochissimo.
Lo sottolinea anche il commento che accompagna lo studio, firmato da un geriatra del Karolinska Institutet: differenze così piccole non autorizzano a dire che il passo prevede meglio la mortalità, anche se resta una misura che riassume in pochi secondi molte informazioni sullo stato di salute (Vetrano, JAMA Network Open, 23 ottobre 2026). Lo stesso commento ricorda altri limiti: il campione era più sano e attivo della coorte da cui proveniva, il passo è stato misurato una sola volta all’inizio, e la mortalità è l’esito meno utile in pratica. Per una persona di 70 anni contano di più le cadute, i ricoveri e la perdita di autonomia.
C’è infine il problema classico degli studi osservazionali, la causalità inversa. Chi ha una malattia ancora non diagnosticata, un cuore che fatica o un’artrosi che fa male cammina più piano. Il passo lento potrebbe quindi essere la conseguenza di una salute già incrinata, non la causa di una vita più breve. Gli autori hanno escluso i decessi dei primi anni e i risultati hanno retto, ma un’associazione resta un’associazione.
Termometro o leva? Cosa dicono gli esperimenti
Se il passo è un termometro, la domanda utile è un’altra: muoversi di più cambia davvero le cose? Su questo esiste una prova sperimentale importante, lo studio LIFE (Pahor e colleghi, JAMA, giugno 2014). I ricercatori hanno assegnato a caso 1.635 persone sedentarie tra i 70 e gli 89 anni, già con qualche limitazione fisica, a un programma strutturato di attività moderata (cammino, esercizi di forza, flessibilità ed equilibrio, in parte supervisionati) oppure a incontri di educazione sanitaria.
In circa due anni e mezzo, la disabilità motoria maggiore, definita come non riuscire più a percorrere 400 metri a piedi entro 15 minuti senza aiuto, ha colpito il 30,1% del gruppo attivo contro il 35,5% del gruppo di controllo: un rischio più basso del 18%. La disabilità persistente è scesa dal 19,8% al 14,7%. Gli eventi avversi gravi non sono aumentati in modo significativo. Lo studio non è stato disegnato per misurare la mortalità, ma mostra che anche in età avanzata l’esercizio regolare protegge proprio ciò che il test del passo misura: la capacità di andare da soli dove si vuole.
Un altro filone di ricerca riguarda il modo in cui si cammina durante la giornata. Uno studio sulla UK Biobank pubblicato su Annals of Internal Medicine nell’ottobre 2025 ha seguito 33.560 adulti di età media 62 anni, tutti con al massimo 8.000 passi al giorno (del Pozo Cruz e colleghi, Annals of Internal Medicine, 2025). Chi accumulava i passi soprattutto in camminate continue di almeno 10-15 minuti aveva tassi di mortalità e di eventi cardiovascolari molto più bassi di chi si muoveva quasi solo a spezzoni di pochi minuti. Anche qui, però, si tratta di osservazione, con gli stessi rischi di causalità inversa: chi riesce a fare camminate lunghe è probabilmente già più in salute.
Cosa resta incerto
- Il nesso causale. Nessuno studio ha ancora dimostrato che allenarsi a camminare più svelti, di per sé, allunghi la vita. Sappiamo che l’attività fisica riduce la disabilità; sul passo come bersaglio diretto le prove mancano.
- Le donne. Nel nuovo studio erano un quarto dei partecipanti. I risultati vanno nella stessa direzione, ma servono coorti più equilibrate, come chiede da tempo la ricerca sulla longevità femminile.
- Gli orologi da polso. Non esiste ancora un metodo standard per ricavare la cadenza dai dispositivi da polso: algoritmi diversi danno numeri diversi. I valori dello smartwatch di casa non sono confrontabili con quelli dello studio.
- Il cambiamento nel tempo. Una misura sola dice poco. È probabile che conti di più un rallentamento rispetto al proprio passo abituale, ma questo studio non lo ha analizzato.
Cosa puoi fare
La lezione pratica non è comprare un contapassi più sofisticato né forzare l’andatura per migliorare un numero. È usare il passo come spia e il movimento come cura.
- Osserva i cambiamenti. Se ti accorgi che cammini più piano di un tempo, che fatichi a tenere il passo di chi è con te o che hai bisogno di fermarti più spesso, parlane con il medico: può essere il primo segno di qualcosa che vale la pena controllare.
- Cammina con regolarità. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità qualunque quantità di attività fisica è meglio di niente (OMS, scheda sull’attività fisica, giugno 2024). Quando puoi, preferisci qualche camminata continua e a passo deciso alle sole uscite di pochi minuti.
- Non trascurare forza ed equilibrio. Sono la base del passo. L’OMS ricorda che rafforzare i muscoli fa bene a tutti, a ogni età; ne abbiamo parlato a proposito della forma fisica che cala dai 35 anni.
- Non trasformarlo in un’ossessione. Un passo lento in una giornata storta non è una condanna, e un passo svelto non è un’assicurazione. Contano l’abitudine e la tendenza, non il singolo valore.
Questo articolo ha scopo divulgativo e non sostituisce il parere del medico. Foto di Oxana Lyashenko su Unsplash.
Fonti
- Haddadj R. et al. Clinical Walking Speed, Free-Living Walking Cadence, and All-Cause Mortality. JAMA Network Open, 23 ottobre 2026; doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.40122
- Vetrano D.L. Measuring Mobility Function in Everyday Life—Beyond the Stopwatch. JAMA Network Open, 23 ottobre 2026 (commento)
- Studenski S. et al. Gait Speed and Survival in Older Adults. JAMA, 2011; doi:10.1001/jama.2010.1923
- Pahor M. et al. Effect of Structured Physical Activity on Prevention of Major Mobility Disability in Older Adults: The LIFE Study Randomized Clinical Trial. JAMA, 2014; doi:10.1001/jama.2014.5616
- del Pozo Cruz B. et al. Step Accumulation Patterns and Risk for Cardiovascular Events and Mortality Among Suboptimally Active Adults. Annals of Internal Medicine, 2025; doi:10.7326/ANNALS-25-01547 (sintesi su ScienceDaily)
- Organizzazione mondiale della sanità. Physical activity, scheda informativa, giugno 2024