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Più pericolosa della guerra nucleare? Così è rimbalzato sui giornali il nuovo rapporto della Commissione Lancet sulle minacce alla salute del XXI secolo. Il numero è vero, la classifica no. Ecco cosa c’è scritto davvero, e cosa significa per l’Italia.

Cos’è la Commissione Lancet sulle minacce del XXI secolo

Il 12 ottobre, al World Health Summit di Berlino, la rivista The Lancet ha presentato il rapporto della Lancet Commission on 21st Century Global Threats to Health (The Lancet, 2026), presieduta da Christopher Murray, direttore dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) di Seattle, e da Natalia Kanem, ex direttrice del Fondo ONU per la popolazione. Il gruppo, 35 esperti di salute, economia, sicurezza e tecnologia, ha passato in rassegna centinaia di possibili minacce e ne ha selezionate 17, come riporta la sintesi pubblicata da News-Medical.

I criteri erano tre: poter causare almeno un miliardo di DALY entro il 2100 (il DALY è un anno di vita in salute perso, per morte precoce o per disabilità), avere dati sufficienti per costruire un modello e lasciare spazio a politiche efficaci. Nella lista ci sono obesità, pressione alta, fumo, alcol, invecchiamento in cattiva salute, salute mentale, ma anche guerra nucleare, uso malevolo dell’intelligenza artificiale, cambiamento climatico e pandemie.

Cosa dicono davvero i numeri sull’obesità

Per ogni minaccia la Commissione ha immaginato due futuri plausibili, uno migliore e uno peggiore, e ha misurato la distanza tra i due: i cosiddetti DALY “evitabili”, cioè quanta salute si può salvare agendo. Per l’obesità la distanza è di 23,1 miliardi di DALY tra il 2025 e il 2100, il valore più alto fra le 17 minacce. Seguono la bassa istruzione (16,1 miliardi) e la disuguaglianza di reddito (13,8 miliardi); la guerra nucleare si ferma a circa 9,35 miliardi, secondo l’analisi di Matt Boyd e Nick Wilson (Adapt Research, 2 novembre 2026).

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Tradotto: l’obesità non è “la malattia che ucciderà più persone”, ma quella su cui le scelte dei prossimi decenni possono fare la differenza più grande. Il rapporto la descrive come un peso sanitario rilevante e in crescita, destinato a sommarsi nel tempo, e chiede più investimenti anche nei trattamenti, con regole adeguate e accesso equo.

Perché non è una classifica (e perché tutti l’hanno letta così)

Lo dice lo stesso Lancet: l’editoriale che accompagna il rapporto precisa che i risultati non sono una graduatoria fissa delle minacce e che cambieranno con nuove prove. Boyd e Wilson, nella loro critica, spiegano bene il problema. Le stime sull’obesità poggiano su decenni di dati raccolti in 204 Paesi; quelle su guerra nucleare e intelligenza artificiale derivano da giudizi di esperti su eventi rari, moltiplicati per la loro probabilità. Mettere le due cose sullo stesso grafico confonde una certezza statistica con una scommessa.

C’è poi il metro usato: il DALY conta solo la salute. Non registra porti distrutti, reti elettriche saltate, commerci interrotti. Per l’obesità va benissimo, per le catastrofi molto meno. Morale: il titolo “l’obesità è peggio della bomba” è un errore di lettura, non una scoperta.

E in Italia? Dati meno cupi di quanto sembri

Secondo la sorveglianza PASSI dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 2023-2024 il 43% degli adulti tra 18 e 69 anni è in eccesso di peso (ISS, scheda PASSI 2026), con un gradiente Nord-Sud: in Campania, Puglia, Molise e Basilicata riguarda circa una persona su due. Solo il 43% di chi ha chili in più dice di aver ricevuto dal medico il consiglio di occuparsene; la quota sale al 67% fra le persone con obesità.

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La notizia meno nota è un’altra. Il grande studio del consorzio NCD-RisC pubblicato su Nature a maggio, basato su 4.050 indagini con peso e altezza misurati (non dichiarati) su circa 232 milioni di persone, mostra che nei Paesi ricchi occidentali la crescita dell’obesità si è fermata: in Italia, Spagna e Francia la velocità di aumento negli adulti nel 2024 risulta perfino negativa, anche se di meno di mezzo punto percentuale l’anno e non sempre statisticamente significativa (Zhou, Phelps, Galeazzi, O’Driscoll e NCD-RisC, Nature, 2026). Gli autori avvertono che il calo dovrà durare per parlare di vera inversione. Nel frattempo, in molti Paesi a reddito basso e medio l’aumento accelera: è lì che si gioca gran parte dei 23 miliardi di DALY.

Cosa possiamo farne, in pratica

  • Leggere i numeri per quello che sono: un margine di miglioramento, non una profezia. Il rapporto parla di politiche (ambienti alimentari, prevenzione, accesso alle cure), non di colpe individuali.
  • Guardare il piatto prima dell’etichetta “superfood”: meno cibi ultraformulati, più verdure, legumi e cereali integrali, movimento quotidiano.
  • Ricordare che l’obesità è una malattia cronica: oggi esistono farmaci efficaci, dalle iniezioni (ecco le differenze tra Ozempic, Wegovy e Mounjaro) alle nuove pillole, ma vanno prescritti e seguiti da un medico.
  • Seguire le scelte pubbliche: in Italia si discute di rimborsabilità dei farmaci, come nel caso della nuova legge lombarda.

Chi dovrebbe parlarne con il medico

Chi ha un indice di massa corporea sopra 30, oppure sopra 25 con pressione alta, glicemia o colesterolo fuori norma, apnee notturne o dolori articolari, ha buone ragioni per chiedere al proprio medico una valutazione: dieta, attività fisica, eventuali farmaci o chirurgia sono scelte da fare insieme, non da soli e non sulla base di un titolo di giornale.

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Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere del medico. Foto di copertina: Kyle Glenn su Unsplash.

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