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Dimagrire è difficile, ma restare dimagriti lo è ancora di più. Un batterio intestinale dal nome impronunciabile, Akkermansia muciniphila, è diventato in pochi anni la star degli integratori “per il microbiota”. Uno studio controllato pubblicato quest’anno su Nature Medicine dice che, assunto dopo una dieta, riduce il peso ripreso. Di quanto, su chi e chi paga: ecco cosa dicono davvero gli studi.

Che cos’è l’Akkermansia

L’Akkermansia muciniphila è un batterio che vive nello strato di muco che riveste l’intestino e se ne nutre. Da anni le ricerche osservano che le persone con obesità e diabete di tipo 2 tendono ad averne meno, e questo ha fatto nascere l’idea di “rimetterla” con un integratore (Depommier e colleghi, Nature Medicine, 2019). Un dettaglio importante: nei prodotti studiati il batterio è pastorizzato, cioè inattivato dal calore. Non è quindi un probiotico vivo come quelli dello yogurt o del kefir: agiscono le sue componenti, non la colonia.

In Europa la versione pastorizzata è stata valutata dall’EFSA come nuovo alimento: nel 2021 il panel scientifico l’ha giudicata sicura per gli adulti, escluse donne in gravidanza e allattamento, entro una quantità giornaliera definita, come integratore o alimento a fini medici speciali (EFSA, panel NDA, EFSA Journal, 2021). Attenzione però: quel parere riguarda la sicurezza, non l’efficacia. Dire che un prodotto è sicuro non significa dire che fa dimagrire.

Il primo studio sull’uomo: risultati interessanti, ma piccoli

La prima sperimentazione controllata sull’uomo risale al 2019. In Belgio 40 volontari in sovrappeso o con obesità e insulino-resistenza sono stati divisi in tre gruppi (batterio vivo, batterio pastorizzato, placebo) per tre mesi; hanno completato lo studio in 32 (Depommier e colleghi, Nature Medicine, 2019). Con la versione pastorizzata la sensibilità all’insulina è migliorata di circa il 29% rispetto al placebo e il colesterolo totale è sceso di quasi il 9%. Il peso è calato di circa 2,3 chili in più rispetto al placebo, ma la differenza non era statisticamente significativa: una tendenza, non un risultato. Gli stessi autori lo presentavano come uno studio pilota, utile a dimostrare la sicurezza e a giustificare ricerche più grandi.

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Il nuovo studio: meno chili ripresi dopo la dieta

Lo studio pubblicato nel 2026 su Nature Medicine, coordinato dall’Università di Maastricht con ricercatori di Copenaghen e Wageningen, ha posto una domanda diversa e molto concreta: l’Akkermansia aiuta a non riprendere il peso perso? (Mount e colleghi, Nature Medicine, 2026). Il disegno è solido: randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, registrato in anticipo (NCT05417360).

I 90 partecipanti, adulti in sovrappeso o con obesità, hanno seguito prima una dieta a basso contenuto di calorie per 8 settimane, con l’obiettivo di perdere almeno l’8% del peso. Poi, per 24 settimane, sono passati a un’alimentazione sana senza conteggio delle calorie, prendendo ogni giorno il batterio pastorizzato oppure un placebo.

Risultato principale: nella fase di mantenimento chi prendeva l’Akkermansia ha ripreso in media 1,2 chili, chi prendeva il placebo 3,2 chili. La differenza, circa 2 chili in sei mesi, è statisticamente significativa. Gli autori segnalano anche una sensibilità all’insulina meglio conservata e nessun effetto avverso grave legato al trattamento. Un dato curioso: la risposta sembrava maggiore in chi all’inizio aveva poca Akkermansia nell’intestino (Mount e colleghi, Nature Medicine, 2026).

I limiti: due chili, sei mesi, e chi ha pagato

Gli esperti interpellati dal Science Media Centre giudicano lo studio ben fatto, ma ne elencano i limiti (commenti raccolti dal Science Media Centre, 2026):

  • il campione è piccolo, 90 persone, e selezionato;
  • la durata è breve: 24 settimane di mantenimento non dicono cosa succede dopo un anno o due;
  • l’effetto è modesto: 2 chili di differenza sono reali, ma lontani da quello che ottengono i farmaci per l’obesità, con cui non c’è stato alcun confronto;
  • manca un confronto con versioni “spente” del batterio, quindi non si sa quale componente faccia effetto, limite riconosciuto dagli stessi autori.
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C’è poi il conflitto d’interessi. Lo studio è stato finanziato da The Akkermansia Company, l’azienda che vende l’integratore, e tra gli autori c’è Willem de Vos, che ne è cofondatore (comunicato dell’azienda; Mount e colleghi, Nature Medicine, 2026). Non significa che i dati siano sbagliati, ma è una ragione in più per aspettare conferme da gruppi indipendenti, come vale per qualunque prodotto.

Cosa fare, in pratica

Il messaggio onesto è questo: l’Akkermansia pastorizzata è un candidato interessante per aiutare a mantenere il peso perso, non una scorciatoia per perderlo. E 2 chili in sei mesi sono un effetto modesto, ottenuto in persone che seguivano comunque un’alimentazione sana.

  • Se il problema è riprendere i chili dopo una dieta, le basi restano le stesse: proteine sufficienti, movimento regolare con esercizi di forza, sonno, e un piano realistico per la fase di mantenimento.
  • Per un intestino in salute, gli studi più solidi riguardano l’alimentazione nel suo complesso: tante fibre da verdure, legumi, frutta e cereali integrali (ne abbiamo parlato in Fibermaxxing: la moda delle fibre ha ragione (quasi sempre)) e, per chi li gradisce, alimenti fermentati (Kefir, kombucha e fermentati: cosa dicono gli studi).
  • Diffidare dei prodotti che promettono di “aumentare l’Akkermansia” e far dimagrire: lo studio riguarda un ceppo preciso, pastorizzato, in una situazione precisa, cioè dopo una dieta. I risultati non si possono trasferire a qualunque integratore “per il microbiota”.
  • Un integratore costa ogni mese; gli effetti su peso e salute, se ci sono, durano finché lo si prende? Lo studio non lo dice, perché non ha seguito i partecipanti dopo la sospensione.

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Chi deve parlarne con il medico

Prima di aggiungere un integratore conviene sentire il medico se si è in gravidanza o si allatta (gruppi esclusi dal parere EFSA), se si hanno malattie intestinali croniche, un sistema immunitario indebolito o una malattia seria in corso, e se si prendono farmaci per il diabete o per l’obesità. Chi sta seguendo un percorso per perdere peso, con o senza farmaci, dovrebbe discutere con il proprio medico o nutrizionista come impostare il mantenimento: è la fase più delicata.

Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere del medico. Foto di copertina: Vicky Ng su Unsplash.

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